La parabola è costruita per spiazzarci. E ci riesce. La logica del padrone è irragionevole secondo qualsiasi criterio umano di giustizia: chi ha lavorato un’ora riceve lo stesso di chi ha sopportato il caldo della giornata intera. Le proteste degli operai delle prime ore sono comprensibili, anzi: le condividiamo istintivamente mentre leggiamo.
È precisamente questo che Gesù vuole. Vuole farci sentire la resistenza, perché quella resistenza dice qualcosa di noi: l’impulso profondo a misurare l’amore, a trattare la grazia come un premio da guadagnare, a fare i conti con Dio come con un datore di lavoro.
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Il padrone non nega di aver rispettato il contratto con i primi: «Non hai forse concordato con me per un denaro?». La giustizia è rispettata. Quello che disturba non è un torto ricevuto, ma una generosità donata ad altri: «Sei invidioso perché io sono buono?».
La parabola non abolisce la giustizia. Ma ci ricorda che Dio non ragiona con la nostra logica retributiva. La sua misura è la misericordia e questa, per definizione, va sempre oltre il merito. L’ultimo che arriva alla vigna ha la stessa dignità del primo. Non perché abbia fatto lo stesso, ma perché è ugualmente amato.
Per Riflettere
Faccio fatica ad accettare che Dio sia generoso con qualcuno che, secondo me, non lo merita? Cosa mi dice questo di me?
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
