“i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”. C’è una distanza tra il cielo e la terra, incolmabile. E’ la distanza tra la vita di Dio e la nostra vita, la distanza tra i suoi pensieri e i nostri pensieri. Ricordare questa distanza è il primo passo della fede da rinnovare quotidianamente, condizione per non ridurre Dio al prodotto di un pensiero umano, orizzonte a cui aprirsi per incontrare Dio come altro da noi.
Una seconda immagine è quella della via: le vie di Dio non sono le nostre vie. Eppure segue l’invito a cercare il Signore e invocarlo mentre è vicino. Alla distanza infinita che esprime l’alterità e trascendenza di Dio si accosta il senso di vicinanza: il Dio signore della creazione e della storia che non può essere rinchiuso dentro le nostre misure umane, è nello stesso tempo il Dio vicinissimo che si fa incontrare, da invocare, che si fa trovare da quanto lo cercano. Cielo e terra sono uniti da quella pioggia che scende a fecondare la terra e farla germogliare…
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Il profeta spinge ad una ricerca: ‘cercate il Signore mentre si fa trovare’. Spesso le nostre ricerche di Dio si dirigono in direzione sbagliate, nel pretendere un Dio che compia le nostre attese, rendendolo strumentale ai nostri pensieri. Il profeta pone invece l’esigenza di una conversione radicale nel cercare Dio: le sue vie sono altre dalle nostre. L’incontro con lui esige una disponibilità a lasciare i nostri pensieri per accogliere i suoi pensieri, per camminare nelle sue vie.
Il cammino del credere è offerta di grazia, accoglienza di quella pioggia e di quella vita che scendono dal cielo e portano frutto sulla terra della nostra esistenza. L’incontro con Dio non è esito di meriti, capacità o abilità umane, sia pure di un pensiero raffinato e profondo. E’ cammino invece fatto di esperienza, di coinvolgimento della vita: ‘l’empio abbandoni la sua via e l‘uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona’. Il Dio a cui ritornare è Dio della misericordia e del perdono, è il Dio della parola che crea comunione: ‘così sarà della parola uscita dalla mia bocca… non ritornerà a me senza effetto, e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata’.
La parabola presentata da Matteo non intende essere un insegnamento di Gesù riguardo alla giustizia sociale e sulla gestione dei rapporti di lavoro, piuttosto, come tutte le parabole, parla del regno e presenta il volto del Padre che Gesù invita ad incontrare e accogliere.
Un padrone a diverse ore esce di casa per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna: molti operai sono presi a diverse ore e tutti al termine della giornata ricevono gli uni di seguito agli altri, un medesimo salario. Sorge così giustificato il malumore dei primi per essere stati pagati come gli ultimi. E’ qui usato il verbo ‘mormorare’ espressione tipica della protesta contro Dio di Israele nel deserto, perché Dio non corrisponde ai disegni umani. La mormorazione segnala così una mancanza di affidamento nel Dio che guida ed è vicino. Di fronte alla mormorazione il padrone risponde con una parola: ‘Amico’. Sta forse qui il centro di tutta la parabola: l’incontro con Dio è esperienza di amicizia, ricevuta gratuitamente, a cui rispondere con l’affidamento sincero.
‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’
La mormorazione porta all’incomprensione del vero volto di Dio e di qui all’invidia nei confronti degli altri. Il Padre che Gesù annuncia dona la grazia e il perdono e non limita la sua bontà: ha a cuore che tutti, sia i primi come gli ultimi si aprano all’incontro con lui. Il comportamento del padrone della vigna non viene meno alla giustizia umana, dà a ciascuno quanto pattuito, eppure la supera e la apre ad una dimensione più grande, la misericordia. Coloro che mormorano non comprendono che la passione più profonda di questo padrone della vigna è l’incontro con Lui, l’esperienza della gratuità dell’incontro come amicizia. Sta qui il senso della fede.
Sta qui anche la apertura ad accogliere gli ultimi, che Dio desidera incontrare, coloro che non possono vantare diritti e meriti. Il regno di Dio è dono per tutti, è possibilità di vita scoprendo rapporti nuovi, di accoglienza e di fraternità. E’ scoperta del farsi vicino di Dio che porta a superare la logica dell’invidia per l’altro. E’ richiamo a cambiare modo di pensare Dio secondo misure umane, anche di tipo religioso, secondo i pensieri di dare-avere, secondo la logica del merito e della ricompensa.
Apre al senso della fede come amicizia con Dio che perdona e introduce ad un nuovo modo di intendere il rapporto con Lui e con gli altri. Lo stile della misericordia dovrebbe essere lo stile della vita della comunità che segue Gesù.sente laddove la comunità si riunisce nel suo name, cioè unita nella fede in lui. Al centro della comunità che Gesù voleva sta l’ascolto e l’incontro con la Parola di Dio che si è fatta a noi vicina nei suoi gesti e nelle sue parole.
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Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.
p. Alessandro Cortesi op
Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.

