Crocifisso sì o no?
Ogni tanto nel dibattito sociale e politico si riaccende la polemica sul crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici. La domanda è sempre quella: è giusto esporre il crocifisso, cioè la raffigurazione dell’uomo Gesù morto su una croce?
Se con una improbabile macchina del tempo andassimo agli inizi del cristianesimo, e chiedessimo ai primi cristiani, sia di provenienza ebraica che pagana, direbbero di no. Sarebbero i primi a non volere alcuna rappresentazione di Gesù in croce e forse prenderebbero una scala per toglierlo dalle nostre aule scolastiche, dagli uffici e dai tribunali. Rimarrebbero inorriditi al vederlo in tutte le forme e dimensioni nelle nostre chiese. Se andassimo fino al tempo degli apostoli, il primo a togliere tutte le immagini di Gesù crocifisso sarebbe lo stesso Pietro.
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Ci sono voluti molti secoli perché i cristiani iniziassero a rappresentare Gesù in croce, e più di mille anni per mostrarlo con il capo reclinato e morto come siamo abituati oggi. All’inizio i cristiani rifiutavano ogni rappresentazione che richiamasse l’idolatria pagana, ma soprattutto non era facile accettare il messaggio del crocifisso, che è al cuore del Vangelo: Dio si fa uomo fino in fondo ed è pronto a morire per amore.
Esiste un documento archeologico straordinario che mi ha sempre affascinato su questa storia. Si tratta del graffito di Alessameno, un piccolo pezzo di intonaco ritrovato sul Palatino a Roma e datato tra il secondo e il terzo secolo. Vi si trovano incise due figure: la prima è un uomo con la testa di asino e le braccia allargate sulla croce, e ai suoi piedi un uomo che alza la mano in segno di adorazione. Sotto c’è una scritta in greco antico che dice: Alessameno adora il suo Dio. L’uomo con la mano alzata è Alessameno, preso in giro dai compagni perché ritiene Dio un uomo messo in croce. Per la mentalità pagana le divinità non possono morire, e quindi Alessameno è uno stupido a credere che sia divino un crocifisso, che vale poco più di un asino.
La cosa straordinaria è che quel graffito così duro e blasfemo è la prima rappresentazione che conosciamo di Gesù in croce. Sembra davvero da stupidi pensare che la salvezza della vita passi dalla sofferenza e dalla morte. La mentalità comune cerca la salvezza nel successo, nella forza e nella capacità di imporre il proprio volere. Chi è debole o segnato dalla malattia va accudito con carità, ma non può essere quella la strada della felicità e di Dio, che è l’Onnipotente.
È quello che pensa Pietro quando Gesù, dopo essersi rivelato come il Cristo e l’inviato di Dio, comincia a parlare di croce, rifiuto e morte. Pietro protesta e si ribella, e così facciamo anche noi, che non possiamo accettare di perdere mai.
Viviamo in una società in cui il corpo è sovraesposto come perfetto, curato e sano, mentre mascheriamo tutto ciò che appare debole e limitato. Per questo quel corpo crocifisso in fondo non ci piace. Posso capire i primi cristiani che facevano fatica a vederlo, anche perché non è facile vivere fino in fondo il Vangelo.
Pietro, alla sua protesta, riceve da Gesù un comando: torna discepolo. Non deve stare davanti a Gesù per insegnargli a vincere, ma rimanere suo amico e fidarsi che la via della croce è la vera salvezza. Così Pietro, gli altri discepoli e tutti i cristiani dopo di loro hanno imparato a conoscere la potenza del corpo crocifisso di Gesù.
Alessameno, che conosciamo solo attraverso quel graffito, ha avuto il coraggio di continuare ad adorare l’uomo della croce, senza ridurlo a decorazione vuota alla quale oggi forse siamo così abituati da non farci più caso.
L’uomo della croce si propone ancora come nostro maestro, e in un mondo che adora l’efficienza, la forza fisica, il potere e la vittoria a tutti i costi, ci mostra la strada dell’amore che tutto dona e che salva veramente.
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Nel corpo debole di chi è malato, povero, abbandonato, e persino in noi stessi quando siamo deboli e fisicamente vulnerabili, abbiamo l’immagine più potente e vera del crocifisso, di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio e nostro Maestro.
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)

