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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo di domenica 30 agosto 2026

Dio non voglia!

Non so voi, ma io vorrei gettare la spugna, sinceramente. 

Sarà che sto invecchiando e in me prevale l’aspetto cinico del carattere (quanto mi ha intenerito vedere un vecchio Guccini spento e disincantato…), sarà che è tutto fuori scala con questa rabbia collettiva e mondiale che diventa aggressività perenne, sarà che vedo molte comunità stanche, sfiduciate, sarà per la litania di brutte notizie che arrivano quotidianamente dai notiziari.

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Allora vorrei entrare in una bolla, vivere seguendo la corrente, come fanno in tanti, arrangiarmi.

Non pensare più a Dio, al Vangelo, sorridere della mia fede ingenua.

Solo che poi dentro brucia. Come un fuoco che non si estingue, proprio come accade a Geremia.

Ma dove vado senza il mio Dio? Quale alternativa propone il mondo che non sia la disperazione e la follia?

Allora, forse, ha ragione Paolo, nella seconda lettura: devo ancora (ancora!) cambiare la mia visione delle cose, il mio sguardo, senza conformarmi alla mentalità di questo mondo, vivendo nella carne, in questo corpo stanco e claudicante, la novità del Regno.

Diventare discepolo, non dire a Dio cosa deve fare, ma finalmente andargli dietro.

Non ditelo a Pietro.

Dietro di me, Satana!

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Gesù è il Messia, evviva. Molto diverso da quello che si aspettava, d’accordo. 

Ma Pietro ha osato ed è riuscito a dire l’inimmaginabile. Dio non è mai come ce lo aspetteremmo. Gesù non è un Messia muscoloso e battagliero, un condottiero che attira consensi e plausi.

Sia.

Gesù, però, adesso esagera.

Parla di sacrificio, di prove, di incomprensione, di sofferenza. Di morte. Della sua morte.

Non serve essere Figlio di Dio per capirlo: tira una bruttissima aria intorno a lui.

I discepoli sono scossi. Ora sanno chiaramente che Gesù è il Messia. 

E il Messia non deve morire, secondo loro. Se è l’inviato di Dio non può che vincere, che trionfare, che appianare e risolvere. Teneri.

Pietro prende da parte Gesù (!) e lo invita, è appena diventato Papa!, a non scoraggiare il morale delle truppe. Fa come noi, Pietro, insegna a Dio a fare Dio. Gli suggerisce in che direzione andare.

Dio non voglia!…

No Pietro, Dio non vuole. I nemici vorranno, Dio no. Dio non vuole il male, mai. Ma il male rivela il bene, l’ombra evidenzia la luce. Il chicco di grano deve morire per portare frutto.

E come con la cananea, Gesù tira fuori un bel caratterino. 

Stai ragionando come Satana, Simone, convertiti. Torna dietro di me. Torna ad essere discepolo!

Quando

Quando vogliamo indicare a Dio che direzione prendere, quando pensiamo che la sofferenza sia eccessiva, quando vorremmo fare qualche correzione all’agire divino, quando, anche se devoti, santi, pii, preti, vescovi, martiri, ragioniamo secondo gli uomini, quando non siamo discepoli, ma ci crediamo Maestri di Dio, quando, ingenuamente, assumiamo la logica di questo mondo, come ci ha ricordato san Paolo, Gesù non ha paura e ci richiama all’essenziale, anche con fermezza.

Ci invita a conversione. A passare dietro di lui.

Non ama la croce Gesù e ne farebbe volentieri a meno. E non vuole morire.

No, Dio non vuole, Pietro.

Ciò che vuole Gesù è manifestare il vero volto di Dio e per farlo è disposto a subire tutto ciò che ha detto, come accadrà.

Scegli tu Pietro, da che parte stare.

Dalla parte della croce, donando la vita, morendo pur di non rinnegare il vero volto di Dio, “perdendo”, cioè donando la vita per ritrovarla. O dalla parte del mondo. Che pensa solo a sé, che usa gli altri, che contratta, contrabbanda, cambia idea, giudica senza esporsi, non paga mai.

Scegli, Pietro.

Scegli, amico lettore. Scegli, sorella nella fede.

Croci

Questa è la croce, non altro. Non sofferenza, né prova divina, né alcuna delle assurde idiozie che abbiamo costruito intorno a questo invito.

Quante volte abbiamo stravolto questo brano e offeso Dio facendogli dire l’esatto contrario di quello che voleva dire. Dio non ama la croce, perché dovrebbe chiederci di amarla?

Dio non manda le croci, gli altri le mandano, noi stessi le costruiamo per sentirci devoti.

La sofferenza va evitata, ove possibile. Ma amare, a volte, porta a donarsi fino alla morte, fino allo svuotamento di sé, fino al rendere sacro un gesto, il sacrum facere, il sacrificio.

Che non significa sopportare un marito violento e farmi da parte davanti all’arrogante o diventare uno zerbino. Dio non apprezza tale atteggiamento!

Significa entrare nella logica del dono, logica che Gesù assume. Fino a morirne.

Siamo davvero disposti a osare tanto?

Sì però

Gesù è onesto.

Con Pietro e con noi. Possiamo scegliere.

Perché possiamo guadagnare il mondo intero senza per questo diventare felici. Anzi, perdendo l’essenziale. E non è forse all’essenziale che questo tempo di prova ci sta riportando? Non è forse ad una profonda e radicale conversione personale e delle nostre comunità che questo tempo ci sta spingendo?

Possiamo passare il tempo a lamentarci, o a far finta che, in fondo, non sia cambiato molto. 

Accontentarci di essere discepoli urlanti e mascherati.

Oppure.

Oppure tornare al fuoco.

Al tormento di un amore impossibile. L’amore di Dio per me. L’amore mio per Dio.

Come un terremoto che schianta gli edifici fragili, così il corso della Storia mette in evidenza la fragilità del nostro annuncio, la pigrizia del nostro cristianesimo abitudinario e poco affascinante (e credibile). 

Oppure farci riscoprire, come sperimenta Geremia, profeta sfortunato ed inascoltato, percepito come un eretico alla corte del debole re di Gerusalemme, che quando parla di Dio parla di un incendio.

Di un fuoco divorante che penetra nelle ossa e consuma.

Di un amore dolcissimo e straziante.

Da qui possiamo ripartire.

Da qui voglio ripartire. Tornando ad essere discepolo.

Costi quel che costi.

Sapendoci amati. Scegliendo di amare.

Io ci sono e sono con voi. Ogni giorno alle 20 (Alle 21 la domenica) sui miei canali Facebook e Youtube non mancate la piccola lectio #FTC per far crescere la fede e la speranza.