Chi dite che io sia?
Oggi il Vangelo ci porta nella regione di Cesarèa di Filippo, lontano dalla folla, in un momento di grande intimità tra Gesù e i suoi discepoli. In questo silenzio, il Signore fa una domanda che arriva fino a noi: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Gli apostoli rispondono con rispetto: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». La gente riconosce in Gesù un grande maestro, un uomo di Dio, ma si ferma ad ammirarlo da lontano.
È lo stesso atteggiamento che spesso abbiamo noi verso i grandi personaggi della storia: li conosciamo, li stimiamo, ma non fanno parte della nostra vita di tutti i giorni. Avere una fede fatta solo di “sentito dire” o di abitudine è come avere il numero di telefono di una persona salvato in rubrica senza chiamarla mai. Il nome c’è, le cifre sono giuste, ma manca la relazione vera.
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Per questo Gesù cambia discorso. Guarda i suoi discepoli negli occhi e si avvicina a loro: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Non è un compito di catechismo. È una domanda che tocca il cuore. È come quando, dopo anni di matrimonio o di una lunga amicizia, qualcuno ci guarda e ci chiede: “Ma tu, chi sono io per te, oggi?”. Non vuole una definizione presa dal dizionario. Vuole una risposta vera, che viene dal cuore. Gesù chiede a ognuno di noi di uscire dalla folla e di prendere una posizione chiara, personale.
A nome di tutti, Pietro risponde con parole semplici e piene di forza: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
In quel momento Pietro non sta facendo un ragionamento complicato. La sua fede è un dono, e Gesù lo conferma subito: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». La fede vera non nasce dai nostri ragionamenti, ma è una luce che il Padre mette nel cuore di chi è disposto a riceverla. È la stessa fiducia di un bambino piccolo che si butta tra le braccia del papà: non lo fa perché ha studiato le leggi della fisica, ma perché sa di essere amato.
A questo punto Gesù dice parole grandi: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa».
Fermiamoci un momento su queste parole. Gesù non sceglie un uomo perfetto per fondare la sua Chiesa. Pietro è generoso ma impulsivo, coraggioso ma anche fragile: capace di grandi slanci e di brutte cadute. Eppure il Signore si fida di lui. Ed è una grande consolazione anche per noi: Dio non aspetta che siamo perfetti per affidarci qualcosa. Costruisce cose solide anche partendo dai nostri limiti, purché il cuore sia sincero. Ogni volta che una mamma si alza di notte per curare il figlio malato, ogni volta che un marito decide di perdonare, ogni volta che ci prendiamo cura di un anziano con pazienza, stiamo mettendo un mattone su quella casa costruita sulla roccia.
A Pietro, infine, Gesù affida un compito grande: «A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Dare le chiavi vuol dire affidare ciò che si ha di più prezioso. La Chiesa, con tutti i suoi limiti umani, riceve il compito di custodire la grazia, di aprire le porte del perdono e di camminare accanto a ogni persona, sicura che il male non avrà mai l’ultima parola.
Oggi, tornando a casa, non lasciamo che questa pagina di Vangelo resti chiusa nel libro. Lasciamo che Gesù cammini accanto a noi e ci chieda, nel silenzio del cuore: “Tu, chi dici che io sia?”. Non diamogli risposte già pronte. Rispondiamo con le scelte della nostra vita. Dire che Lui è il Signore vuol dire fidarsi di Lui non solo quando tutto va bene, ma soprattutto quando siamo stanchi, quando un pensiero ci toglie il sonno, quando il dolore bussa alla nostra porta.
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È proprio in quei momenti che la nostra fede, sostenuta dalla grazia del Padre, smette di essere un pensiero e diventa la roccia su cui costruire tutta la nostra vita. Amen!
Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.
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