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don Marco Pozza – Commento al Vangelo di domenica 16 agosto 2026

Tante briciole fanno una panetteria

Un Dio che tace penso sia la realtà più angosciante che esista. A maggior ragione se tu, all’esistenza di questo Dio, ci credi al punto da chiamarlo con il bell’appellativo imparato tra le mura di casa, “papà”: «Padre nostro».

Può, chi è padre, non rispondere al grido angosciato di chi gli è figlio o figlia?

«Pietà di me Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio» grida una mamma ch’è in preda ad un’angoscia mortale, un’angoscia del demonio.

Lo sa – Lui lo sa bene – che per una madre non c’è patimento più atroce di ciò che grava sulla carne dei suoi figli: “Vorrei avere io la febbre al posto tuo, amore!” è una di quelle frasi che, nelle camerette dell’infanzia, intonano le madri assiepate attorno al letto dei febbricitanti.

Lo sa (citofonare a sua Madre sul Calvario per avere la conferma) e siccome lo sa la sua risposta è ancor più deludente che se non lo sapesse: «Ma egli non le rivolse neppure una parola».

Almeno le avesse fatto un cenno di assenso, come a dire: “Ti capisco, non so cosa farci”. Oppure, forse, bastava le facesse una carezza, sollevarle leggermente il mento: basta poco, nel dolore, per impedire alla speranza di attaccarsi alla trave.

Invece no, è addirittura sull’orlo di sbeffeggiarla s’è vero, come annota l’evangelista, che non si degnò nemmeno di rivolgerle una parola. Viene da chiedersi se uno si possa compostare così senza perdere l’ardire che la gente lo consideri il suo Messia, il salvatore delle loro disgrazie e delle loro vite disgraziate.

Fatto sta che Dio tace: qui, ad Auschwitz, a Srebrenica, a Cogne, nella terapia intensiva, nelle carceri a rischio dannazione, nelle case di Abele.

Tace ma il suo silenzio non è il silenzio di uno qualsiasi – che a volte fa anche piacere – è il silenzio di Dio. Il silenzio di Dio, della consolazione, della speranza. Silenzio ch’è spada a doppio taglio.

Il silenzio di Dio è l’occasione ghiottissima di Satana: “Vedi, a che serve la preghiera? Se ne frega di te, delle tue angosce, dei tuoi richiami. Si muove solo per i pezzi grossi, quando fiuta un interesse. Lascialo perdere, fidati!”

E tu, sotto i colpi di mortaio del Demonio, cominci a pensare: “E se avesse ragione? A che serve pregare se poi Dio manco mi degna di una parola? Non lo pregherò più, a Dio non importa il mio dolore”.

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Se poi, stanco d’esser importunato, Dio ti chiama pure “cane”, quale vantaggio continuare ad aspettarsi uan risposta da lui: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».

Pochi passaggi, dentro i Vangeli, hanno un concentrato (d’apparente) indifferenza e menefreghismo al pari di questo: dare dal “cane” ad una donna in stato di sofferenza avanzata è il massimo del turpiloquio possibile.

Se esce dalla bocca di Dio, poi, la mattanza è compiuta: “Se ragiona così Lui, figurarsi gli altri: non mi resta che lasciare che il mio mondo vada a rotoli” penserebbe chiunque.

Chiunque, eccetto lei che, del cane, si appropria della capacità d’accontentarsi delle briciole che cadono: «E’ vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

Le esce così, come la più spontanea delle presentazioni: “Si, sono un cane, se mi bastano le briciole tu che cosa ci perdi? Lasciale cadere!” Lei lo sa, poi, che tante briciole faranno una panetteria.

Tra lei e Lui, vince lei. Cioè vince Lui: «Donna, grande è la tua fede! – dice il Pane alla briciola -. Avvenga per te come desideri. E da quell’istante sua figlia fu guarita».

Col senno di poi: si fosse arrestata di fronte all’apparente diniego di Gesù, il Demonio avrebbe continuato a scartavetrare a più non posso la figliola e, di conseguenza, lei.

Resistette, invece, sotto la mitragliata di quel silenzio: si fece forza, non temette d’importunare la ciurma al seguito («Esaudiscila, perchè ci viene dietro gridando!»), Gli stette alle calcagna allo sfinimento.

Resistette a più non posso e alla fine vinse: con Dio non vince il più forte, il più intelligente, il più oratore. Manco il più muscoloso o il forte di nervi: vince chi resta. In amore è così: nel dolore a vincere è chi le prova tutte. Anche a costo di farsi ridere dietro.

Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte