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don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 16 agosto 2026

La fede che vince il silenzio

​Gesù si ritira verso la zona di Tiro e di Sidòne, varcando i confini della terra d’Israele. In questa regione straniera, una donna cananea gli va incontro gridando: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».

​Fermiamoci su questa supplica. La donna non chiede al Maestro di avere pietà soltanto della figlia, ma implora pietà per se stessa. Il dolore della figlia è diventato il suo stesso dolore. È ciò che accade quando amiamo veramente qualcuno. Lo comprendiamo guardando i genitori che vegliano di notte accanto al letto del figlio malato, o che vedono un figlio prigioniero di una dipendenza e non sanno più come aiutarlo; lo comprendiamo guardando i figli che accompagnano con amore, giorno dopo giorno, i propri genitori divenuti anziani e fragili, prendendosi cura di loro in ogni necessità. La sofferenza di chi amiamo entra nella nostra vita e diventa anche la nostra sofferenza.

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​Eppure, davanti a questo grido, il Vangelo annota una reazione che ci sorprende: Gesù «non le rivolse neppure una parola».

​Quante volte anche noi abbiamo conosciuto il silenzio di Dio? Preghiamo per la pace in una famiglia divisa, chiediamo un lavoro dopo mesi di difficoltà, affidiamo al Signore una persona cara, e sembra che nulla accada. Continuiamo a pregare, ma il cielo sembra rimanere chiuso.

​A rendere ancora più amara questa prova, spesso si aggiunge la freddezza di chi ci sta intorno. Nel racconto evangelico, infatti, i discepoli, infastiditi dalle grida, intervengono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Vogliono risolvere il problema soprattutto per non essere più disturbati. È una tentazione che possiamo conoscere anche noi: aiutare qualcuno non perché abbiamo compreso la sua sofferenza, ma semplicemente perché vogliamo liberarci del suo fastidio.

​Gesù, invece, non è indifferente e non è mai assente nel suo silenzio. Egli sta già operando invisibilmente nel cuore di questa madre per prepararla al prodigio. Il suo apparente distacco diventa lo spazio sacro nel quale la fede della donna può essere purificata ed emergere poco alla volta in tutta la sua dirompente forza.

​La donna, infatti, non arretra. Neppure quando Gesù dichiara di essere stato mandato «alle pecore perdute della casa d’Israele». Si avvicina, si prostra davanti a Lui e pronuncia una delle preghiere più semplici e più belle del Vangelo: «Signore, aiutami!».

​Due parole immense.

​Possiamo portarle con noi nella vita di ogni giorno. Quando al mattino ci aspetta una giornata difficile: «Signore, aiutami». Quando dobbiamo affrontare una discussione e temiamo di perdere la pazienza: «Signore, aiutami». Quando arriva una spesa imprevista e non sappiamo come farvi fronte: «Signore, aiutami». Quando un figlio prende una decisione che ci preoccupa e non riusciamo più a trovare le parole giuste: «Signore, aiutami». Quando dobbiamo perdonare qualcuno e sentiamo che da soli non ce la facciamo: «Signore, aiutami».

​Non occorrono sempre molte parole per pregare. A volte due parole dette con fede valgono più di tanti discorsi.

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​Gesù, però, sembra mettere ancora alla prova quella donna: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».

​Chiunque avrebbe potuto sentirsi ferito e andarsene. Lei no. Non pretende, non rivendica, non dice: «Ne ho diritto». Risponde invece: «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

​È una risposta straordinaria. È come se dicesse: «Signore, non ti chiedo di cambiare la tavola. Mi basta una briciola della tua misericordia». E qui comprendiamo il mistero altissimo della grazia: nelle mani di Dio anche una briciola diventa sovrabbondanza salvifica. Noi crediamo di aver bisogno di opere colossali per cambiare la nostra vita, eppure la logica divina è quella del granello di senape. Una sola parola ascoltata al momento giusto, un perdono umilmente chiesto, una mano tesa o il silenzio fiducioso trascorso dinanzi al tabernacolo, sono il seme infinitesimale in cui si nasconde la grandezza di Dio. La sua grazia è sproporzionata rispetto alla nostra piccolezza.

​Dinanzi a una fede così perseverante, Gesù esclama: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».

​È sorprendente: Gesù riconosce una fede grande proprio in una donna straniera. Questo dovrebbe insegnarci a non mettere etichette sulle persone. Noi diciamo facilmente: «Quello è lontano dalla Chiesa», «quello non cambierà mai», «quella persona non crede». Dio vede molto più profondamente di noi. A volte trova una fede autentica proprio dove noi non avremmo pensato di cercarla.

​La donna cananea ci insegna allora che credere non significa pretendere che Dio faccia ciò che vogliamo, quando lo vogliamo e come lo vogliamo. Credere significa continuare ad affidarsi a Lui anche quando non comprendiamo, anche quando dobbiamo aspettare, anche quando il cielo sembra tacere.

​Quando arriva quel momento, ricordiamoci della Cananea e della sua piccola, immensa preghiera: «Signore, aiutami!».

​Forse non riceveremo sempre la risposta che avevamo immaginato. Forse Dio ci condurrà per una strada diversa da quella che avevamo chiesto. Ma nessuna preghiera pronunciata con fede va perduta.

Continuiamo allora a bussare, a cercare, a fidarci. Perché, quando viene dalle mani di Dio, anche una briciola della sua misericordia basta per riaccendere la speranza e rimetterci in cammino. Amen!

Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.

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