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Missionari della Via – Commento alle letture di domenica 9 agosto 2026

Pace e bene, questa domenica lasciamoci consolare dalla certezza che uniti a Cristo diventiamo capaci di “camminare sulle acque”, di affrontare prove e situazioni difficili; fiduciosi che Dio non ci salva dalla tempesta ma nella tempesta.

Il racconto di Gesù che cammina sulle acque non è solo la narrazione di un prodigio straordinario, ma una teofania carica di simbolismi.

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Essa tocca le corde più profonde della nostra esperienza umana e spirituale.

Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù «costringe» (anankazô) i discepoli a salire sulla barca. Questo termine insolitamente forte suggerisce che i discepoli, trascinati dall’entusiasmo della folla, avessero frainteso la missione di Gesù in senso trionfalistico e politico.

Gesù li spinge verso «l’altra riva», simbolo della terra pagana e dell’ignoto, obbligandoli ad affrontare il mare aperto. Mentre i discepoli navigano, Gesù sale sul monte a pregare, solo.

In chiave esistenziale, questo silenzio di Gesù non è assenza ma rivela la fonte del suo agire: sul monte Egli coltiva il suo rapporto speciale con il Padre, indicando che solo nel silenzio e nella preghiera si attinge la forza per dominare le tempeste della vita. La preghiera non è opzionale, è decisiva.

La barca si trova in mezzo al mare, agitata dalle onde e dal vento contrario. Biblicamente, il mare è simbolo delle forze caotiche e del male; esistenzialmente, può rappresentare sia la vita con tutte le sue difficoltà sia il nostro inconscio, quel “mare profondo” dove ribollono traumi, ansie e dolori.

Verso la fine della notte, Gesù va verso di loro, ma i discepoli non lo riconoscono e gridano spaventati: «È un fantasma!». Spesso, quando siamo immersi nella sofferenza o nel buio interiore, non riusciamo a vedere Dio per chi è veramente; lo vediamo attraverso il transfert del nostro passato, proiettando su di Lui le nostre paure o l’immagine di un Dio lontano e minaccioso.

La nostra “vista” spirituale è offuscata perché restiamo bloccati su un livello puramente cognitivo o umano.

Al grido dei discepoli, Gesù risponde: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». L’espressione «sono io» (egô eimi) richiama direttamente il Nome divino rivelato a Mosè nell’Esodo.

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È la rivelazione che Cristo è il Signore che cammina sulle onde del caos, colui che ha il potere di dominare ciò che ci spaventa. La fede non assicura l’assenza di tempeste, ma il poggiarsi sulla presenza di Dio che ci viene incontro anche nella tempesta.

Pietro, con la sua tipica impetuosità, sfida l’impossibile: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te». Gesù risponde con una sola parola: «Vieni!».

Qui Matteo traccia una distinzione fondamentale tra imitazione e sequela: Pietro non sta cercando di fare una magia, ma sta cercando di seguire il suo Maestro, fondando la sua stabilità non sulle proprie capacità, ma sulla Parola ricevuta.

Tuttavia, quando Pietro sposta lo sguardo da Gesù alla «violenza del vento», comincia ad affondare. Esistenzialmente, questo accade quando le difficoltà della vita diventano più “reali” della presenza di Dio ai nostri occhi.

Pietro diventa l’oligopistos, l’uomo di poca fede, colui che crede ma il cui dubbio rimane un tarlo costante. E quando questo tarlo corrode eccessivamente, Pietro affonda.

Eppure, proprio nel momento in cui affonda, Pietro compie l’atto di fede più puro: il grido della supplica, «Signore, salvami!».

Gesù non aspetta che Pietro impari a nuotare da solo; «subito» tende la mano e lo afferra. Questo gesto rivela che il Signore non ci salva dalla tempesta, ma ci sostiene in essa.

Non appena salgono sulla barca, il vento cessa. In quel momento di pace, la comunità dei discepoli matura la sua fede e professa: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

La nostra vita è una traversata dalla sponda della mortalità a quella dell’eternità; le tempeste, per quanto dolorose, sono il luogo dove la nostra fede può finalmente passare da un concetto astratto a un’esperienza personale di salvezza.

Ci farà bene chiederci: in questo momento della vita, su cosa è fisso il mio sguardo? Sulla violenza del vento, sul fragore delle acque o sulla mano tesa del Maestro che mi dice “Coraggio, sono io, non aver paura”?

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