Le tempeste della vita toccano tutti noi: chi di noi non ne ha mai attraversata una?
Tra le difficoltà più comuni possiamo trovarne diverse:
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- Una grave malattia.
- Una famiglia ferita.
- La preoccupazione per un figlio.
- L’ansia per il lavoro.
- La delusione di un fallimento.
- O quella terribile sensazione di sentirsi soli.
Nessuna vita è senza tempeste. E quando arrivano, ci fanno sentire fragili.
Pensavamo di avere tutto sotto controllo e invece basta una telefonata, una diagnosi, una crisi improvvisa per far vacillare tutte le nostre sicurezze.
Ci sentiamo smarriti, come in mezzo al mare, e ci domandiamo se riusciremo ad arrivare all’altra riva. Quando sei in mezzo al mare non ci sono appigli ai quali aggrapparti. Ti senti perduto.
Il Vangelo di questa domenica ci parla proprio di un’esperienza traumatica: i discepoli stanno per affogare in mezzo al lago. Non è la prima volta che rischiano di morire in mare.
Ricordiamo un altro episodio del Vangelo: la barca sta per affondare mentre Gesù dorme. I discepoli lo svegliano gridando: «Signore, salvaci, siamo perduti!». A volte sembra proprio così.
Anche nel Vangelo di oggi Gesù costringe i discepoli a fare una cosa che non avrebbero mai voluto. È già sera, il vento è contrario, è buio. Nessun marinaio prudente si metterebbe in mare in quelle condizioni.
Inoltre il lago di Tiberiade, per la sua particolare conformazione geografica, è soggetto a improvvise e violente tempeste. Eppure il Vangelo dice che Gesù “costrinse” i discepoli a salire sulla barca e ad attraversare il lago.
Il viaggio in barca diventa così una metafora della nostra vita. Nessuno di noi ha scelto di venire al mondo. In un certo senso siamo stati tutti “costretti” a salire sulla barca della vita.
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Volenti o nolenti, tutti sappiamo che questo viaggio terreno avrà un passaggio inevitabile: la morte. Non possiamo scegliere quando iniziare il viaggio, né quando terminarlo. Possiamo però scegliere come affrontarlo e, soprattutto, con chi affrontarlo.
Nemmeno possiamo decidere quali tempeste incontreremo lungo il cammino:
- malattie,
- sofferenze,
- delusioni,
- lutti,
- guerre,
- fallimenti…
Tutto questo spesso non dipende da noi. Quello che possiamo decidere è come affrontare queste onde: se lasciare che la paura faccia affondare la nostra barca oppure continuare a navigare.
I discepoli erano così terrorizzati che, vedendo Gesù camminare sulle acque, non riuscirono a riconoscerlo. Pensarono che fosse un fantasma.
Succede anche a noi. Quando siamo travolti dalla paura, non riusciamo più a riconoscere la presenza di Dio nella nostra vita. Anzi, nei momenti più difficili arriviamo perfino a ribellarci contro di Lui: «Se Dio esiste, perché permette tutto questo?».
Ed è proprio allora che si aprono davanti a noi due strade. Possiamo continuare a vivere senza riconoscere Dio, lasciandoci dominare dalla paura e dai nostri fantasmi. Oppure possiamo lasciare che Gesù salga sulla barca della nostra vita. Le onde forse non scompariranno subito, ma il nostro modo di attraversarle cambierà completamente.
In conclusione. Gesù oggi non ci promette una vita senza tempeste. Dice una cosa molto più importante: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
La fede non elimina le tempeste. Non ci lascia affrontarle da soli. La differenza tra il cristiano e chi non crede non è che il primo abbia una vita più facile. La differenza è che sa di non essere mai solo sulla sua barca.
E allora, quando arriverà il vento contrario – perché prima o poi arriva per tutti – la domanda non sarà: «Come affronterò questa tempesta?», ma: «Chi c’è con me sulla mia barca?».
Se sulla nostra barca c’è Gesù, possiamo continuare a navigare anche nel cuore della notte. Perché il vero miracolo del Vangelo di oggi non è Gesù che cammina sulle acque, e nemmeno Pietro che prova a farlo. Il vero miracolo è che Gesù scelga di salire con te sulla tua barca.
