Pani spezzati, cuori aperti
C’è un momento, in questo Vangelo, che sembra piccolo ma dice tutto. Gesù ha appena saputo che hanno ucciso Giovanni Battista, suo cugino. È un dolore grande. E cosa fa? «Si ritirò in un luogo deserto, in disparte». Cerca silenzio. Anche noi facciamo così: quando arriva una brutta notizia, vogliamo stare soli, chiudere la porta, non parlare con nessuno. È normale. Capita a tutti.
Ma la gente non lo lascia in pace. Lo cercano, lo seguono a piedi. E Gesù, invece di dire “oggi no, ho bisogno di stare solo”, li guarda e «sentì compassione per loro». Guarisce i malati. Non si chiude nel suo dolore. Pensiamo a una madre sfinita dopo una giornata di lavoro: arriva a casa e il figlio piange, ha bisogno di lei. Lei potrebbe dire “non ce la faccio più”. Ma spesso trova ancora un po’ di forza, e lo abbraccia. Questo fa Gesù: trova forza per gli altri anche quando è stanco.
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Arriva la sera. I discepoli guardano il sole calare e dicono: “Qui non c’è niente da mangiare, è tardi, mandiamo tutti a casa”. È un pensiero giusto, sensato. Ma Gesù risponde una cosa che li lascia senza parole: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Voi. Non “arrangiatevi da soli”, ma “fatelo voi, con le vostre mani”.
I discepoli aprono le tasche, guardano cosa hanno, e trovano quasi niente: «Cinque pani e due pesci». Per cinquemila persone. È come se in casa arrivassero venti ospiti all’improvviso, e in frigo ci fosse solo un uovo e un pezzo di pane. Umanamente, sembra una follia. Come si fa?
Gesù non chiede di più. Chiede solo quel poco che c’è: «Portatemeli qui». Ed è qui il segreto di tutta questa storia. Guardate cosa fa: «Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla». Prende, guarda il cielo, ringrazia, spezza, dona. Sono gli stessi gesti che vediamo ogni domenica a Messa, quando il sacerdote alza l’ostia e la spezza. Non è un caso.
Cosa vuol dire per noi, oggi? Vuol dire che non serve avere tanto per fare del bene. Basta avere il coraggio di condividere il poco che abbiamo. Una mamma che ha solo mezz’ora libera, ma la usa per ascoltare la figlia che ha bisogno di parlare. Un ragazzo che ha pochi soldi in tasca, ma li divide con l’amico che non ha niente. Un anziano che ha solo la sua compagnia da offrire, e va a trovare chi è solo. Sembra poco. Ma se lo mettiamo nelle mani di Dio, e lo doniamo, diventa abbastanza. Diventa più che abbastanza.
Alla fine della storia succede una cosa bellissima: «Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene». Non solo bastò. Avanzò pure. E Matteo aggiunge un dettaglio che tocca il cuore: «Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini». Nella società del tempo, le donne e i bambini non venivano contati, come se non esistessero. Ma Gesù li sfama comunque. Per lui contano tutti, anche quelli che il mondo dimentica di contare.
Questa è la parabola vera della nostra vita: non aspettare di avere tanto per cominciare a donare. Comincia da quello che hai, anche se ti sembra pochissimo. Mettilo nelle mani di Dio. E vedrai che quel poco basterà per te, e avanzerà anche per qualcun altro. Amen!
Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.
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Don Lucio D’Abbraccio
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