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Paolo de Martino – Commento al Vangelo del 2 agosto 2026

Il poco che può tutto

Terminate le parabole, Matteo trasferisce Gesù nella sua patria, a Nazareth.

Quello che stiamo per meditare, è un segno raccontato sei volte dagli evangelisti, certamente doveva aver lasciato un’impronta nel cuore degli apostoli.

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La gente ha fame, tutti abbiamo fame: fame di senso, di felicità, di attenzioni, di affetto. In fondo tutta la nostra vita, altro non è che una continua ricerca di felicità, che colmi quella fame di senso presente nei nostri cuori.

Siamo davvero affamati! Ci abita una fame cui spesso non sappiamo nemmeno dare un nome, vogliamo colmare quel vuoto che ci abita. Il più delle volte, però, ci accaniamo su cose che non possono saziare il nostro desiderio. Di quante inutilità ci riempiamo la casa, quante promesse di felicità sono disattese.

Avendo udito della morte di Giovanni, Gesù parte su una barca e si ritira in un luogo deserto, in disparte ma le folle, avendolo saputo, lo seguono a piedi dalle città. E’ sera e c’è un problema: dove far mangiare tutta questa gente?

Gesù osserva la folla che è lì per Lui, ha fame di Lui e non si gira dall’altra parte ma chiede ai dodici di dargli una mano. Gli apostoli, come noi, attendono da Dio una soluzione e invece chiede a loro di risolvere il problema. Ma che Dio è questo?

Sì, amico lettore, Dio ferma la fame del mondo attraverso le nostre mani quando imparano a donare. Lo dirà espressamente: «Voi farete cose più grandi di me». Abbiamo la terra da sfamare, ed è possibile, a patto che diventi possibile la condivisione.

M’intenerisce questo Gesù che non vuole allontanare da sé nessuno, che li vuole tutti intorno anche a mangiare. Se il cristianesimo si occupa di anime senza corpi, allora questa non è la religione di Cristo, perché Cristo si occupa di persone fatte di carne e di spirito, di bisogno e di desideri, di concretezza e profondità.

La fede è una risposta concreta a un bisogno concreto, e questa risposta passa attraverso il nostro poco e il nostro possibile.

Numeri

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Matteo ricorda una serie di numeri che nella Bibbia hanno sempre un significato simbolico.

  • Cinque pani e due pesci, cioè sette, il numero della totalità, dei sacramenti: il poco, se condiviso, diventa sufficiente per tutti.
  • Dodici, come le tribù di Israele: il nuovo popolo dev’essere fondato sulla condivisione.

Al dato di Marco, Matteo moltiplica il numero delle persone interessate dalla moltiplicazione dei pani, rendendola ancora più spettacolare.

  • Cinquemila, perché la primitiva comunità cristiana, secondo gli Atti degli Apostoli, era composta di circa cinquemila persone: per Matteo questa è l’azione che costituisce la comunità.
  • Cinquanta è l’azione dello Spirito (Pentecoste è il cinquantesimo giorno).

Spiazzante

Nelle parole dei discepoli c’è il verbo “comprare”, uno dei verbi più amati dalla nostra società. Gesù spiazza tutti: «Voi stessi date loro da mangiare». Gesù ama il verbo “dare”.

Ecco l’essenza della fede: prendere sul serio i bisogni concreti delle persone. La fede non è una rassicurazione psicologica a basso prezzo.

Quella di Gesù è una frase dal doppio senso: da una parte invita gli apostoli a sfamare quella gente; dall’altra ricorda che l’unico vero dono nella vita è dare se stessi. Date “voi stessi” a queste persone.

Possiamo dare le nostre cose, i nostri soldi, ma l’unico vero dono è dare se stessi, perché è l’unica cosa che dà valore alla vita di un uomo.

Di per sé è una richiesta illogica: gli apostoli hanno soltanto cinque pani e due pesci (il pane e il pesce in salamoia era il cibo che solitamente si portava quando si era in viaggio e poteva bastare per la cena). Illogica per chi non ha fede, per chi non ragiona con il cuore che è l’unico modo per condividere anche ciò che non si ha.

Gesù non moltiplica (non c’è questo verbo), non compie un gesto magico, non cerca la spettacolarità. Il vero miracolo è la condivisione, è il pane spezzato che sazia la fame di chi ascolta la Parola.

Sono pochi, cinque pani e due pesci per cinquemila uomini, ma non importa. Gesù non calcola secondo i nostri criteri.

Le folle sono fatte accomodare sull’erba e Gesù benedice il cibo con gli occhi rivolti al cielo, spezza i pani e i pesci e li dà ai discepoli. Sono i gesti della “berakhà”, la benedizione ebraica quotidiana sul pane: “Benedetto sei tu Signore, re del mondo, che fai uscire il pane dalla terra”.

Condivisione

I discepoli sono chiamati a distribuire, condividere. Matteo ricorda alla sua comunità e a noi, che non siamo i proprietari di questo pane, ma solo servi.

Non sta a noi decidere chi è degno di prendere questo pane, di partecipare a questa mensa, a noi spetta solo distribuire.

A un pio israelita risalta immediatamente un’omissione: perché Gesù non chiede alla folla di purificarsi (rito importante nel pasto giudaico) per essere degna di mangiare questa cena?

Matteo sta già anticipando la grande novità di Gesù di Nazareth: la religione insegnava che l’uomo doveva purificarsi per accogliere Dio, il vangelo sarà la bella notizia che, accogliendo il Signore, si è purificati.

Poco

Amico lettore, Gesù è chiaro: tutto inizia da poco. Fidati di te e della vita perché tutto ciò che è grande, un giorno è stato piccolo.

Non ti succede mai scoraggiarti per quello che dovresti fare? Il pericolo della nostra vita è guardare sempre ciò che abbiamo e non ciò che possiamo diventare.

Guardati non solo per ciò che sei, ma per ciò che puoi diventare. Il poco non è il nulla, è qualcosa. Dio parte sempre dal nostro poco per fare miracoli.

Ecco il senso della moltiplicazione: più si condivide più le cose si moltiplicano. E’ quello che deve essere successo: Gesù deve aver iniziato a condividere con i suoi discepoli quello che avevano, inducendo così la folla a fare altrettanto.

Se ognuno fa la sua parte, l’impossibile diventa possibile. Penso a tutte le risorse che ci sono nelle nostre comunità: chi ha capacità organizzative, chi ha abilità canore, chi ha il dono della parola, chi sa usare il computer…

Pensate cosa accadrebbe se mettessimo in circolo ciò che sappiamo fare. Se la società tende a isolare, il vangelo spinge a condividere.

Eucaristia

Gesù deciderà di rimanere in mezzo agli uomini, nel segno fragile e quotidiano del pane. Sarebbe potuto rimanere in mille modi, magari lasciandoci un segno potente e inequivocabile della sua presenza in modo da convincere tutti anche i più dubbiosi, invece no.

Non sarebbe stato nel suo stile. Tutto il Suo corpo, la Sua storia, la Sua vita appassionata d’amore sono lì, in quel fragile pezzo di pane, da mangiare, da contemplare, da custodire.

La bella notizia di questa domenica? Se accettiamo ciò che siamo tutto si trasforma. Amare ciò che siamo, può essere l’inizio di un nuovo miracolo.nica? Il cristianesimo non è mortificazione ma vivificazione, dilatazione di vita; non è sacrificio e rinuncia ma offerta di vita.

Fonte: il blog di Paolo de Martino | CANALE YOUTUBE | PAGINA FACEBOOK

Vi segnalo che è appena uscito il nuovo libro di Paolo: “Tenerezza. Il lieve tocco di Dio” (Ed. Paoline)