Gesù oggi ci sorprende: non insegna una formula magica per ottenere ciò che vogliamo, ma ci rivela un volto, quello del Padre.
Il centro della preghiera cristiana non è ciò che diciamo, ma la relazione che viviamo. Se il rapporto con il Padre si indebolisce, anche la preghiera si svuota e diventa un insieme di parole, riti e richieste. Per questo Gesù dice di non sprecare parole: Dio non si conquista con la quantità delle preghiere, perché conosce già ciò di cui abbiamo bisogno.
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Il Padre Nostro è anzitutto una scuola di figli. Chi entra veramente in questa preghiera impara a guardare il mondo con gli occhi del Padre, a desiderare la sua volontà più dei propri progetti, a fidarsi di Lui per il pane quotidiano e a vivere nella logica del perdono.
Ed è qui che il Vangelo diventa provocatorio. Gesù lega il perdono di Dio al nostro perdono verso gli altri. Come se dicesse: “Non puoi chiamare Dio Padre se rifiuti di comportarti da fratello”. La misura della nostra preghiera non è il tempo che passiamo in chiesa, ma la misericordia che portiamo nella vita.
Possiamo recitare mille Padre Nostro al giorno, ma se conserviamo rancore, chiudiamo il cuore e ci rifiutiamo di perdonare, stiamo smentendo con la vita le parole che pronunciamo con le labbra.
Chi prega veramente diventa sempre più simile al Padre. E il Padre è misericordia. Per questo il vertice della preghiera non è l’estasi, ma il perdono; non è parlare con Dio, ma amare come Dio ama.
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
