C’è dentro ciascuno di noi un desiderio profondo di gioia. Non una gioia qualsiasi, ma una gioia piena, stabile, che non dipenda troppo da come vanno le cose. E spesso pensiamo che questa gioia si trova nel non avere problemi, nel sentirci forti.
E invece Gesù, nelle Beatitudini, ci spiazza. Ci dice: beati i poveri in spirito. Beati quelli che piangono. Beati i miti. Parole che, a prima vista, sembrano lontane dalla felicità. Perché noi assoceremmo la gioia alla sicurezza, al controllo, al successo… non certo alla fragilità o al limite.
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Eppure, se ci guardiamo dentro con sincerità, scopriamo che è proprio lì che qualcosa si apre. Quando non abbiamo tutto sotto controllo, e diventiamo più veri. Quando riconosciamo di avere bisogno, e il cuore si fa più capace di accogliere. Quando smettiamo di lottare per affermarci a tutti i costi, e troviamo una pace diversa, più profonda.
Le Beatitudini non esaltano la sofferenza, ma ci mostrano che la gioia non nasce da una vita perfetta… nasce da un cuore aperto. Un cuore povero, cioè libero. Un cuore mite, cioè non indurito. Un cuore che sa anche piangere, cioè che non ha smesso di amare.
E allora capiamo che il desiderio di gioia che abbiamo dentro non si compie nel modo che siamo soliti pensare, ma quando smettiamo di cercarla fuori e lasciamo che Dio la faccia nascere dentro di noi. E questa è una buona notizia: non dobbiamo cambiare per essere felici. Dobbiamo accettarci ed essere veri.
E se oggi ci sentiamo fragili, incompleti, magari anche un po’ stanchi… proprio lì può cominciare una gioia nuova. Perché Dio non costruisce la gioia sopra la nostra forza, ma dentro la nostra vita così com’è.
