don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 7 giugno 2026

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​Il Pane che rimane

Oggi la Chiesa celebra il Corpus Domini, la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, e il Vangelo di Giovanni ci mette di fronte a parole che nessun uomo avrebbe mai osato pronunciare: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno».

Parole che fecero scandalo allora, e che ancora oggi scuotono. Anche i Giudei del tempo rimasero sbalorditi: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». È una reazione comprensibile, umana. Pensate a un genitore che, per sfamare i propri figli durante una carestia, togliesse il pane dalla propria bocca fino all’ultima briciola. Sarebbe già un gesto estremo d’amore. Gesù fa qualcosa di infinitamente più grande: dà sé stesso. Non una parte. Tutto.

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Per non dimenticarci mai di quanto sia bello questo dono, la Chiesa ha scelto un giorno speciale tutto per Gesù, per fermarci a fargli festa e dirgli grazie. Questa festa nacque nel XIII secolo, per impulso di una giovane religiosa di Liegi, santa Giuliana di Cornillon, che pregava instancabilmente affinché l’Eucaristia avesse una solennità tutta sua. Ma fu un evento straordinario a imprimere la svolta decisiva: il miracolo eucaristico di Bolsena, avvenuto nel 1263. Un sacerdote boemo, Pietro da Praga, era tormentato da gravi dubbi sulla presenza reale di Cristo nell’ostia consacrata. Proprio a causa di questa profonda crisi, aveva intrapreso un pellegrinaggio a Roma per pregare sulla tomba degli apostoli e chiedere a Dio il dono della fede. Durante il viaggio di ritorno, si fermò a Bolsena. Mentre stava celebrando la Messa nella chiesa di Santa Cristina, al momento della consacrazione, dall’ostia cominciò a sgorgare sangue, che macchiò il corporale — il telo bianco posato sull’altare. Quel corporale fu portato ad Orvieto, dove si trovava papa Urbano IV. Il Papa lo venerò con le propri mani e, nel 1264, istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini per tutta la Chiesa universale, affidando la composizione dell’Ufficio liturgico a san Tommaso d’Aquino. Da quella penna nacquero inni immortali come il Pange Lingua e il Tantum Ergo, che ancora oggi risuonano nelle nostre chiese.

Non si può parlare di Eucaristia senza ricordare anche il miracolo di Lanciano, avvenuto in Abruzzo già nell’VIII secolo. Un monaco, assalito dagli stessi dubbi, vide l’ostia trasformarsi in carne viva e il vino in sangue. Quella carne e quel sangue sono ancora conservati e venerati nella chiesa di San Francesco a Lanciano. Analisi scientifiche condotte nel Novecento hanno stabilito che si tratta di tessuto muscolare cardiaco umano, con sangue di gruppo AB. La scienza si è fermata sulla soglia del mistero, senza poterlo spiegare.

Questi miracoli non furono concessi per stupire o per fare spettacolo. Furono doni di misericordia per chi, in buona fede, faticava a credere. Come accade ancora oggi. Quante volte ci avviciniamo alla comunione in modo distratto? Siamo lì, fisicamente presenti in chiesa, ma con la testa già al pranzo, agli impegni del pomeriggio, ai problemi irrisolti della settimana.

Gesù non ci chiede una presenza fisica. Ci chiede qualcosa di più esigente e, allo stesso tempo, di più bello: la comunione vera. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Rimanere. Non passare. Non fare una visita di cortesia. Rimanere. Significa non scappare quando arrivano i problemi. Chi ama davvero, resta.

Pensate a una persona cara, gravemente malata, che non riesce più a mangiare da sola. C’è sempre qualcuno — un familiare, un figlio, un’infermiera con il cuore grande — che le porta il cibo alla bocca, un cucchiaio alla volta, con pazienza infinita. Non lo fa per obbligo. Lo fa perché ama. Ecco: Gesù fa esattamente questo con ciascuno di noi. Scende. Si abbassa. Entra nel nostro cuore per nutrirci dal profondo. Non aspetta che siamo abbastanza bravi o abbastanza santi. Viene Lui a prendersi cura di noi, a guarire le nostre ferite e a ridarci la vita.

E la vita che ci regala è una vita che dura per sempre. Gesù infatti lo promette a ciascuno di noi: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Questa non è solo una bella frase per consolarci. È una promessa vera. È lo stesso Gesù che, con la sua sola voce, risvegliò l’amico Lazzaro dalla morte dicendogli: «Lazzaro, vieni fuori!». E oggi, quella stessa voce dice a ciascuno di noi: «Prendete e mangiate».

Questo Pane trasforma anche le nostre relazioni. Se l’Eucaristia ci unisce al corpo di Cristo, ci unisce anche gli uni agli altri. Non possiamo ricevere Gesù la domenica e ignorare il fratello che soffre il lunedì. Non possiamo comunicarci e portare nel cuore il rancore verso chi ci ha fatto del male. Il Pane spezzato ci chiede di spezzare anche il nostro orgoglio, di offrire il perdono a chi ce lo chiede, di ricucire i legami che si sono strappati.

Oggi, nella processione del Corpus Domini, porteremo Gesù per le strade. Ma la domanda vera è un’altra: lo portiamo nelle nostre famiglie segnate dalla fatica? Nelle nostre giornate in cui spesso non troviamo nemmeno cinque minuti per parlarGli?

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«Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Un Pane che non finisce. Un Pane che non delude. Un Pane che rimane.

Andiamo a incontrarlo. E stavolta, fermiamoci un momento in più. Amen! Alleluia!

Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.

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