Come salvare chi non vorrà essere salvato?
Nicodemo non è uno scappato di casa, uno di quelli disposti a prendere in affitto dei pensieri già pensati (da qualcuno) pur di non fare la fatica di pensare. Lui, testina fine, vuole incontrare quest’Uomo del quale si dicono cose stupende e abominevoli: “Soltanto dopo, parlerò. Prima lo voglio conoscere di persona e non per sentito dire!” pare dica a chi è sempre all’erta nel mettere in guardia dal perdere tempo per nulla con Cristo.
Quando l’incontra – è notte quando esce di casa per appostarsi alle sue calcagna – la testa gli si rigira come un calzino. Per non parlare del cuore: lui, il secchione del sinedrio, era convinto che la cosa somma per l’uomo fosse quella d’amare Dio. Di notte – con o senza l’ausilio della luna poco importa – gli si frantuma davanti il castello di pensieri: “Macchè, caro Nicodemo – sembra dirgli Gesù, occhio di lince innamorata -: la salvezza non è amare Dio ma accettare che Dio ti ami”.
Della serie: caro il mio Nicodemo, se pensi d’essere cristiano perchè ami Dio, sei sulla strada sbagliata. Guardami: lo puoi diventare solo se credi davvero che Dio ama te. Come sei: slabbrato, imperfetto, scassato, sempre sul punto di saltare per aria, ad un passo dal baratro ma con nel cuore la voglia di andare sempre oltre. In amore, dunque, non sarà mai questione che il bicchiere sia mezzo vuoto o mezzo pieno, a seconda di come ci si alzerà dal letto: la discriminante sarà di provare a sondare se abbiamo sete oppure non l’abbiamo.
Mica dell’amore umano si tratta, comunque: “Bada bene, Nicodemo, di non confondere l’amore di voi laggiù con l’amore di noi quassù. Con l’amore della Trinità”. In terra per amore si vive e si muore: c’è gente capace d’innamorarsi e disinnamorarsi nel breve arco di quindici secondi. E in quei quindici secondi è pure capace di organizzarsi una tourneè televisiva per andare a spiegare (a reti unificate) cos’è l’amore, come ci si innamora.
Quello di Dio è un amore naïf al confronto, pure leggermente vintage se paragonato agli amori di quaggiù: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perchè chiunque crede in lui non vada perduto e abbia la vita eterna» gli specifica Gesù, in quella notte luminosa come il sole di mezzogiorno. L’uomo vale al punto tale che Dio accetta di sacrificare il suo Figlio pur di vederlo salvo. Nessuna condanna, solo un’immensa voglia di vedere sani e salvi tutti i suoi figli dispersi in terra: «(Dio) non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perchè il mondo si savato per mezzo di lui».
Basterebbe questo per non prendere sonno la notte: io, per Dio, valgo il sacrificio di suo Figlio. Valgo di più, ai suoi occhi, di quello che valgo ai miei: credere questo – ancora prima che mi decida se fare o meno il bravo bambino – è avere già l’àncora di salvataggio davanti alla mia faccia. Poi, lo disse bene Agostino, non basterà comunque il vento per navigare ma occorrerà aprire le vele perchè il vento faccia il suo mestiere.
Fosse per Dio, nulla di tutto ciò che esiste andrebbe perduto. Il Dio che, di notte, accetta d’incontrare Nicodemo, è il nonno che, passata la mietitrebbia, va sul campo a spigolare il grano rimasto. É la nonna che, all’indomani della vendemmia, ritorna sul vigneto per racimolare i grappoli rimasti appesi. Dio, a Dio, nulla sfugge di tutto ciò che riguarda l’uomo, la sua «magnifica humanitas» (Leone XVI). Per Dio non c’è prezzo che non sia disposto a pagare per vedere salvi i suoi amori.
Il suo amore che, pare persino strano a scriversi e leggersi, corrisponde al mio nome: “Io sono l’amore di Dio. Valgo il prezzo esatto di suo Figlio”. A Nicodemo, per poco, non gli dà di matto la testa: la preghiera non sarà dunque un mezzo per ottenere un qualcosa da Dio ma il momento di incontro con Dio. Incontro nel quale vediamo Dio ma, soprattutto, ci vediamo visti da Lui: ci guardiamo, almeno una volta, con gli occhi con i quali ci guarda Dio in persona.
Conoscersi con gli occhi di Dio: o ci si conoscerà così o si passerà una vita intera a vivere delle valutazioni che gli altri faranno su di noi.
Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte
