Comunità Kairos – Commento al Vangelo di domenica 24 maggio 2026

Domenica 25 Maggio 2025 - VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Gv 14,23-29

Data:

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Gesù sopravviene «il primo giorno della settimana» (v. 19), siamo dunque alla «domenica» delle origini, in un ambiente liturgico in cui si formarono i racconti delle apparizioni. Più che un’indicazione cronologica esatta, l’evangelista ha voluto manifestare il significato di ciò che accade in quel giorno: Dio ha risuscitato suo Figlio e Gesù si è mostrato ai discepoli.

Giovanni situa l’episodio a Gerusalemme ma in un luogo della città che non è precisato. Lo scopo è quello di evidenziare che i discepoli si trovino insieme, in uno stesso luogo. Tutto ciò al fine di esprimere il carattere collettivo ed ecclesiale dell’apparizione del Cristo risorto. Questa testimonianza non può essere ridotta all’evocazione di una storia del tempo passato; perché questo passato ha un’incidenza e un valore per ogni tempo futuro. Se la Risurrezione di Gesù è l’atto di salvezza operato da Dio, l’apparizione l’inserisce nella trama della storia umana e ne mostra la presenza concreta. Per questo, ogni domenica la comunità cristiana attualizza la presenza vivente di colui senza il quale essa stessa non esisterebbe.

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L’incontro del Signore

Anche se i discepoli erano rinchiusi per timore dei Giudei1, Gesù vuole raggiungerli, desidera incontrarli. È Gesù ad intervenire in mezzo a persone che non aspettano la sua apparizione. Il brano mette in rilievo il fatto che l’iniziativa appartiene al Vivente. Simbolicamente il Cristo è presente al di là delle mura entro le quali ci imprigioniamo; interviene nonostante gli ostacoli e soprattutto in quei momenti in cui siamo dominati dalla paura della violenza del mondo. Il Signore appare per invitarci ad andare oltre l’isolamento che la solitudine produce; per liberarci dal buio nel quale l’illusione dell’assenza ci imprigiona; per richiamarci a superare quel senso di mancanza dell’essenziale che fa serrare la porta del nostro cuore a tutti e a tutto.

«Gesù venne», nella chiusura dei cuori induriti dal rancore, pronunciando una parola che è dono: «Pace a voi!» (v. 19)2. Non si tratta di un semplice augurio, ma del dono effettivo della pace, conformemente a quello che Gesù aveva detto nel suo discorso d’addio3. Questa pace non è dunque un sentimento che proviene dall’uomo, ma un’offerta conferita, in quel momento, dal Risorto che «si tenne in mezzo a loro» (v. 19), anzi tra di loro! Nel pensiero biblico il termine pace manifesta una enorme ricchezza: salute, salvezza, giustizia e riconciliazione. Tutto ciò non è più legato alla presenza terrena di Gesù, ma alla sua vittoria sul mondo4.

Questo dono del Cristo risorto – fatto per ben due volte (vv. 19.21), e seguito dall’effusione dello Spirito Santo (v. 22) –, permetterà ai discepoli di cambiare lo sguardo sugli altri e sul mondo: sono gli occhi nuovi che occorrono per «vedere» nella tenebra del mistero della croce un evento salvifico che si inserisce nella storia degli uomini come un movimento di riscatto dal peccato. Gesù non morì per i suoi propri peccati, ma afferma il Credo, per i nostri peccati5. In effetti, la Risurrezione non è semplicemente un fatto passato che continua a mostrare i suoi effetti nel presente, in particolare mediante le apparizioni ai discepoli, ma è la vittoria di Dio sulla morte di Gesù: è la risposta di Dio che sfocia in una forza redentrice. Come insegna Pietro negli Atti degli Apostoli, l’atto compiuto da Dio nel risuscitare Gesù è un atto di salvezza che concerne tutti gli uomini6. In altre parole, l’atto che ha risuscitato Cristo non investe soltanto Gesù di Nazareth, ma tutti gli uomini che, per mezzo di lui, sono liberati dai loro peccati7. La Parola-dono di Dio perde così la propria forma e diventa, non pensieri, non cose, ma l’ineffabile battito di un Cuore nel cuore stesso della vita.

Se Gesù mostra le mani e il costato (v. 20) è perché vuole farsi riconoscere come colui che è stato crocifisso, dal cui costato scaturiscono sangue e acqua8. La portata simbolica del gesto indica che il credente deve sempre riferirsi all’evento originario, per dare radici all’incontro attuale con il Vivente. Non appena Gesù si presenta, i discepoli sono invasi dalla gioia (v. 20), una gioia che non va confusa con un sentimento puramente umano, ma che significa il pieno realizzarsi di un’esperienza unica e definitiva: «la vostra gioia nessuno potrà togliervela»9, è «perfetta»10. La comunità cristiana deve sempre attualizzare l’incontro gioioso col suo Signore.

La missione

La missione impedisce alla Chiesa di intorpidirsi nella soddisfazione illusoria di «possedere» il suo Signore. Si può dire che Gesù comunica ai discepoli il frutto ultimo del suo ritorno al Padre. La missione affidata ai discepoli si radica quindi nel mistero della relazione che unisce Gesù al Padre. Se prima Gesù si presentava come espressione del Padre:

«colui che vede me, vede colui che mi ha mandato»11; ora Gesù è l’agire stesso del Padre:

«come il Padre ha mandato me, io pure mando voi» (v. 21). I discepoli pertanto sono inviati nel mondo per continuare la missione che il Padre ha affidato al Figlio, secondo la preghiera di Cristo: «come tu hai inviato me nel mondo, anch’io li ho inviati nel mondo»12. La novità qui è la rivelazione che la missione conferita è una sola. Grande perciò può essere la fiducia: il Signore è vittorioso del peccato che priva il mondo intero della pace e della gioia, la sua missione è riuscita pienamente, attraverso l’elevazione sulla croce.

Gesù non rivela soltanto quale sia l’origine della missione, egli dona l’attore che può, – e lui solo -, condurla a buon fine. Il soffio creatore elargito dal Redentore (v. 22) fa del discepolo una nuova creatura, ri-nata13, capace di attestare la verità14 e anche di applicare al tempo presente il giudizio che Gesù ha inaugurato durante la sua vita terrena. Il processo, nel quale lo Spirito attesta nel cuore dei credenti che la causa di Gesù è giusta15, dura sempre. Il potere di rimettere i peccati (v. 23), di respingere la logica stessa del male con la sua catena di violenza disumanizzante (guerre, ingiustizie, sfruttamento, ecc.) è invece partecipazione nel conflitto tra Gesù e il peccato del mondo. In breve, per Giovanni, la missione è una relazione consapevole che unisce il credente a Gesù, come Gesù stesso è unito al Padre. Questa relazione si esprime col dono dello Spirito; ovvero lo Spirito garantisce per sempre la presenza nuova del Signore tra i suoi discepoli e sulla terra. Nessuno rischia così di attribuirsi alcunché dell’azione missionaria: essa consiste nell’attuare sulla terra l’azione liberatrice di Gesù.

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  • 1 Gv 7, 13; 19, 38.
  • 2 Is 40, 9; Mc 1, 15.
  • 3 Gv 14, 27-28: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; io non ve la do come la dà il mondo. Non sia sconvolto il vostro cuore né abbia paura. Avete udito che vi ho detto “Vado e vengo a voi”. Se mi amaste, gioireste del fatto che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me».
  • 4 Gv 16, 33: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Nel mondo voi avete tribolazione, ma fatevi coraggio: io ho vinto il mondo!».
  • 5 1 Cor 15, 3-5.
  • 6 Atti 2, 36: «Che tutta la casa di Israele lo sappia dunque con certezza: Dio ha stabilito Signore e Cristo questo Gesù che voi avete crocifisso». Cfr. Atti 4, 11-12; 10, 42; 13, 33.
  • 7 Gv 1, 29: «Ecco l’agnello di Dio, colui che togli il peccato del mondo». Giovanni conserva una tradizione giudaica, secondo la quale il Messia purificherebbe da ogni peccato (1 Gv 1, 7).
  • 8 Gv 19, 34.
  • 9 Gv 16, 21-22; cf. Ap 19, 7; 21, 1-4.
  • 10 Gv 15, 11: «Queste cose vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia giunga alla sua pienezza».

Commento di Maria de Fatima Medeiros Barbosa.

Per gentile confessione della Comunità Kairos.