don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 24 maggio 2026

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Nel momento in cui muori, racconta il Vangelo di Giovanni al capitolo 19, Tu “consegni lo Spirito”. Premettiamo che nei testi evangelici non esiste la possibilità di differenziare la scrittura ed aiutare la comprensione con lettere maiuscole e minuscole, per il semplice fatto che il minuscolo a quei tempi non esisteva.

Quando leggiamo quindi ad esempio la parola “Spirito” non sappiamo mai se l’autore ispirato intenda il principio vitale che è nell’uomo, lo “spirito” che noi scriviamo in minuscolo, o la terza persona della Santissima Trinità consustanziale al Padre che i testi definiscono “Santo” e noi scriviamo con l’iniziale maiuscola.

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In generale non è un problema, se non quando si parla del principio vitale Tuo. Per Te, “consegnare lo Spirito”, è solo un modo di dire che sei morto o è già la Pentecoste? Il Vangelo di Giovanni ha fretta: non aspetta cinquanta giorni perché lo Spirito discenda sulla comunità riunita per timore. Il Vangelo insiste che sei il Risorto e quindi non conosci più i limiti imposti dal corpo che conosciamo noi: le porte sono chiuse e Tu entri lo stesso.

Quel giorno Tu venisti, ti fermasti nel mezzo – e siamo sospesi nei possibili svariati sensi di questa collocazione: è il mezzo della comunità, ma anche il mezzo, il cuore di ognuno dei presenti… – e “dici”: “Pace a voi”. No, non ho sbagliato il tempo del verbo “dire”. E neppure lo sbaglia Giovanni. La Tua venuta, il Tuo stare sono nel passato. Ma il fatto che parli no, è nel presente. Quello degli apostoli e anche il nostro.

Il Tuo saluto è sinteticissimo. Le parole hanno un peso diverso a seconda dei contesti e di chi le pronuncia ma non sono mai totalmente inutili, vuote. In bocca a Te la parola “pace” risuona in modo speciale. Qualcuno ha provato a definirla come “assenza di guerra”. Personalmente credo che ogni persona di fede possa e debba offendersi di fronte alla mentalità che questa definizione sottende. Come se la cosa ovvia, fondante, sia la guerra.

Non meravigliamoci, già i filosofi antichi avevano definito il processo del divenire come l’unica vera realtà del mondo. Il divenire prevede la distruzione, quindi è “guerra”. Ma per noi no, il mondo è generato a immagine Tua, nella comunione trinitaria. La pace è la vita della comunità in comunione. Questa è la realtà fondamentale, che Tu doni e noi ancora non abbiamo accolto e realizzato. La “guerra” che pure sperimentiamo quotidianamente dentro di noi e nelle nostre relazioni prima ancora che in quelle tra gli stati, è drammaticamente reale ma destinata a finire.

Dopodiché il Vangelo insiste sul fatto che mostri mani e costato. È sorprendente: se raccontassimo questo episodio a memoria dubitiamo che lo ricorderemmo. Eppure la concretezza dei segni della passione è ciò che rivela la realtà del Tuo amore, ed è solo a questo punto che si dice che i discepoli Ti riconoscono. Ancora oggi Ti si può incontrare veramente solamente a partire di lì. La gioia del discepolo è qui. Tu ripeti, semini di nuovo la Tua pace.

Segue il mandato che è inserito nella dinamica trinitaria: il Padre manda Te e Tu mandi noi. I due verbi in realtà sono diversi. Il primo che pure usi anche con i dodici mantiene un legame forte con chi manda e da esso deriva “apostoli”. Il secondo che usi qui con la comunità, ma hai usato anche per Te stesso, è più finalizzato. Qui crediamo che valga più che altro il desiderio di diversificare, di accogliere nello stesso movimento mantenendo però i due piani diversi.

A questo punto soffi. È il gesto della creazione, il motivo per cui all’inizio parlavamo della croce da cui consegni il Tuo Spirito. Per questo motivo da mille anni litighiamo con le chiese orientali pregando nel Credo della messa che lo Spirito è dono del Padre “e del Figlio”. Cosa che loro non vorrebbero, per osservanza delle formule degli antichi concili. Questo soffio trasmette lo Spirito Santo.

La conseguenza unica qui raccontata, è la facoltà di perdonare. Non condividiamo la scelta di rendere, dopo aver tradotto “lasciato andare” con “perdonato” – ed è esatto -, il secondo verbo come “non perdonare”. Ci pare più rispettoso considerare che la comunità ora ha il potere sì di “lasciare andare” alcuni peccati. Di altri deve farsi carico, perché devono rimanere. Dobbiamo tutti portarne il peso.

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don Claudio Bolognesi