Chi vive nella carità vive in Dio
Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.
La Carità: Il Paradiso nel cuore dell’uomo
Il commento del Card. Comastri analizza il significato profondo della carità come unica via per sperimentare il paradiso già nella vita terrena attraverso l’unione con Dio. Sottolinea che l’insoddisfazione umana deriva spesso da un vuoto interiore che né il successo materiale né l’orgoglio possono colmare, ma che solo l’accoglienza dello Spirito Santo può risolvere.
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Viene evidenziata la necessità di una trasformazione interiore, poiché la felicità non dipende da cambiamenti esterni ma dalla nostra capacità di rispondere all’amore divino già donato. Attraverso esempi di santi e intellettuali, viene spiegato che vivere nell’altruismo permette di superare anche le sofferenze più atroci, come dimostrato dal sacrificio di Massimiliano Kolbe. In definitiva, la salvezza richiede un atto di umiltà e la libera volontà dell’uomo di aprire la porta del proprio cuore alla presenza divina.
Trascrizione del video
Sia lodato Gesù Cristo. Sesta domenica di Pasqua. Chi vive nella carità vive in Dio, quindi ha già il paradiso dentro di sé. Spesso noi pensiamo che la soluzione di tanti nostri problemi debba venire dal di fuori: se, ad esempio, soffriamo a motivo di una persona, siamo portati a credere che, per avere la nostra pace, quella persona dovrebbe assolutamente cambiare. Non sempre è giusto pensare così: spesso siamo noi che dobbiamo cambiare modo di pensare e assumere un atteggiamento diverso.
Questo vale soprattutto nel rapporto con Dio. Spesso ci aspettiamo da Dio chissà quale segno, ma per farci conoscere Dio non deve fare di più, e per farsi amare Dio non deve dare di più, perché ha già dato tutto in Gesù. Se qualcuno aspetta questo “di più”, si illude; infatti, l’amore di Dio è già esposto davanti a noi: bisogna soltanto vederlo, accoglierlo e rispondere. Il problema allora non è in Dio, ma è in noi. Per questo Gesù insiste sul cambiamento interiore degli apostoli e parla della necessità di ricevere lo Spirito Santo.
Lo Spirito Santo è l’amore di Dio accolto dentro di noi, affinché sia lui a sollevarci, a condurci e, soprattutto, a riempire il vuoto della nostra anima. Sì, il vuoto. Infatti, il primo passo verso Dio, e quindi il primo momento della conversione di una persona, è la coscienza di essere vuoti, di essere poveri, la consapevolezza di essere insufficienti. Questa consapevolezza diventa infelicità se l’orgoglio la prende in mano e la gestisce per l’ambizione che vorrebbe prendere il posto di Dio.
Il profeta Isaia scrive: “Una voce dice: ‘Grida!’. E io rispondo: ‘Che devo gridare?'”. Questo deve gridare: ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come il fiore del campo. Quanto è vero! Il Salmo 48 aggiunge: “Se vedi un uomo arricchirsi, non temere; non temere se aumenta la gloria di quell’uomo: quando muore con sé non porta nulla, non scende con lui la sua gloria”. Anche l’autore del Salmo 4 sottolinea: “Uomini, perché siete duri di cuore? Perché amate le cose, le cose che non contano, e inseguite l’illusione?”.
Come sono vere queste parole! Possiamo aggiungere un’esclamazione ancora più cruda del profeta Geremia: egli osserva con dolore che “gli uomini incensano il niente”. Quante volte è così! Pensate anche oggi quante persone vuote sono applaudite, osannate, premiate. Penso a tanti concerti affollati, a tanti stadi affollati per incontrare niente, a tanti spettacoli televisivi per incensare niente. Ma non scoraggiamoci: ascoltiamo Gesù che ha detto chiaramente: “Ciò che è generato dalla carne è carne, e la carne non giova a nulla”. Queste parole significano che la persona è fatta per accogliere Dio e quindi “la carne”, cioè risoluzioni terrene di qualsiasi genere, non potranno mai rendere felici.
Se non si accoglie Dio, ci si condanna all’infelicità. Agostino d’Ippona, che ha conosciuto lo sbandamento e la lontananza da Dio, quando lo ha trovato ha esclamato: “O Signore, ci hai fatti per te, ci hai messo dentro un vuoto infinito e soltanto tu puoi riempire questo vuoto”. Pensate, Mario Soldati, giornalista, nel 1970 scrisse un minuzioso reportage sulla società svedese e lo intitolò I disperati del benessere. All’interno del libro, Soldati lascia questa dichiarazione: “Io non contesto le loro leggi, la loro organizzazione sociale è ottima; ma contesto l’impostazione della loro vita: lì manca qualcosa di essenziale, lì manca la gioia”. Non ebbe il coraggio di dire: “Lì manca Dio”.
Per questo motivo, accogliere lo Spirito Santo, che è l’amore di Dio, diventa il nostro impegno di ogni giorno per poter essere felici. Gesù insiste sulle condizioni interiori per accogliere e vedere Dio: finché il nostro cuore è attaccato al peccato in tutte le sue sfaccettature, soprattutto finché siamo prigionieri dell’orgoglio (che la parola di Dio definisce “il grande peccato”), noi siamo ciechi. Non possiamo vedere Dio e non possiamo accogliere il Suo amore. Ma la colpa non è della luce, bensì del nostro occhio ostinatamente chiuso alla luce: se chiudo gli occhi, non vedo più niente.
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Questo è un avvertimento da meditare continuamente. Gesù assicura la possibilità di un’esperienza nuova, frutto della sua morte e risurrezione: è l’esperienza della vita nuova nello Spirito Santo, della vita immersa nell’amore di Dio, immersa nella carità vissuta. I santi hanno fatto questa esperienza, e non solo i santi del calendario: Papa Francesco parla spesso dei “santi della porta accanto”. Quante persone sconosciute ci sono che hanno il cuore in paradiso! Tantissime persone hanno trovato nella vita ciò che noi spesso non riusciamo a trovare. Se hanno trovato la pace, però, la pace esiste; se hanno trovato la gioia, la gioia esiste. Hanno trovato Cristo: vuol dire che Cristo è vivo ed è incontrabile ancora. Sant’Agostino un giorno disse: “Se questi e queste sono diventati santi, perché io no?”. Facciamoci anche noi la stessa domanda.
Resta un altro avvertimento, un altro interrogativo che forse è quello che ci fa un po’ paura: qual è il segno della presenza dello spirito di Gesù dentro di noi, cioè il segno della vita di Dio in mezzo a noi? Gesù nell’Ultima Cena dice agli apostoli: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. Parole chiare: senza di me, nulla. Cosa significa allora rimanere in Cristo? Significa rimanere nell’amore. Dio è amore, Dio è dono di sé, Dio è altruismo infinito. Vivendo l’amore noi ci immergiamo in Dio e ci riempiamo della gioia di Dio.
Ecco allora una conclusione importantissima per la nostra vita cristiana: chi vive nella carità vive in Dio e ha già il paradiso dentro di sé, anche se il mondo gli dovesse crollare addosso. Pensate a Massimiliano Kolbe in un campo di concentramento che era un inferno in terra: sperimentò una profonda gioia perché aveva nel cuore l’amore di Dio. E l’amore di Dio si manifestò apertamente: senza essere costretto da nessuno, offrì la vita per salvare la vita di un altro prigioniero che neppure conosceva e che era stato condannato a morte. Massimiliano Kolbe prese il suo posto e morì il 14 agosto del 1941 esclamando: “Domani è la festa dell’Assunzione di Maria, io vado a festeggiarla in cielo”. E morì serenamente, morì felice.
Ricordiamoci: tutta la religione deve condurre ad un cuore profondamente trasformato dalla carità, perché la carità è la vita di Dio. Concludo con una profonda riflessione di Giovanni Papini, che ha camminato per tanto tempo lontano dal Signore ma poi, quando lo ha trovato, la sua vita è profondamente cambiata. Egli ha scritto: “La salvezza non può essere che il frutto di una collaborazione, una collaborazione ineguale dove tu, o Signore, hai elargito quasi tutto e a noi chiedi quasi nulla; ma senza quell’atomo di adesione dell’uomo, perfino la tua onnipotenza è impotente a salvarci”. Perché Dio rispetta la libertà. Dio si ferma davanti a un orgoglio, davanti a chi gli chiude la porta; ma basta un atto di umiltà, la porta si apre e Dio subito entra e fa sentire il suo abbraccio che rende felici.
Provatela, provatela: è così. Sia lodato Gesù Cristo.
