don Marco Pozza – Commento al Vangelo di domenica 26 aprile 2026

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L’occhio sceglie e la voce conferma

Basta sentire una voce per calmare una tempesta. Non certamente una voce qualsiasi ma una voce «che le orecchie seguono come se ogni parola fosse un arrangiamento di note che non verrà mai più suonato» (F. Fitzgerald).

Alla faccia di chi ripete che le pecore vanno dietro, senza chiedersi il minimo perchè, al primo che passa! Il Vangelo, stavolta, riaccredita questa porzione di animali a lungo bistrattata: «Le pecore ascoltano la sua voce del guardiano: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori». A guidare un gregge di pecore usando il bastone e la forza sono capace anch’io, ma a guidarle con il semplice tono della voce è mestiere per gente che ha fatto della pastorizia una ragione di vita: il tono della voce – con pecore o con umani non cambia – dice quello che sta oltre le parole.

Svela e rivela la grazia di chi usa quella voce: una voce brutta, sgraziata o gracchiante può rendere nauseabondo persino il volto più delizioso. Una voce calda, entusiasta, sensuale potrà rendere curioso al cuore e riscattare un viso, un corpo altrimenti anonimo. Facendolo diventare una porta spalancata sull’infinito: «Il guardiano gli apre (la porta)» (cfr Gv 10,1-10).

Gliela apre con la sua voce prima ancora che sciogliendo il filo di ferro che tiene legato il cancello alla rete. C’è un qualcosa indecifrabile e potentissimo nella voce che pronuncia delle parole: la chiave di accoglienza delle parole – anche le più intricate da ascoltare –, almeno per metà, dipenderà dal tono di voce con le quali ci raggiungono. Certe volte stridono tra loro, altre volte il tono della voce combacia con quello che si pronuncia.

E’ il tono della voce e il modo di chiamare a fare in modo che chi viene interpellato intuisca al volo se quella parola è un ordine al quale obbedire o una voce amica alla quale aprire la porta come fosse un ospite di passaggio: certe sere, nei pressi del recinto, basterà anche solo il volume della voce a far capire gran parte del discorso. Se chi parla alza troppo la voce, il sospetto è che ci sia un comando in arrivo.

O niente di così importante che risvegli la voglia di seguire quella voce dal tono alto: tutti quelli che non hanno niente di importante da dire, di solito parlano ad altissima voce, amano accavallare le voci, cercano il frastuono incomprensibile delle voci. Chi, invece, sa cosa dire – del tipo “Ricorda che tu mi appartieni!” – è avvezzo al contrario: parlerà senza alzare la voce, sottovoce, ma quel suono avrà la forza fragoroso del barrito notturno dell’elefante nella savana.

Gli umani, in quanto al volume della voce del pastore, sono stati avvisati anzitempo: «Non griderà, non alzerà la voce, non farà udire la sua voce per le strade» (Is 42,2). Insomma: c’è sempre modo e modo per chiamare qualcuno. E varrà sempre il consiglio della maestra: “La risposta, bambini, dipende molto da come voi ponete la domanda”. La mia risposta alla tua chiamata dipenderà moltissimo da come tu mi chiami.

“Perchè mi chiami così sottovoce?” – immagino chieda la pecorella andata in mezzo ai rovi al bel pastore che la viene cercando col cuore che batte a mille. “Perchè voglio che ti avvicini, pecorella mia!” temo sia la risposta di ritorno tra le spine.

Che accende i passi verso l’ovile. Dio, quando chiama, ha voce di madre: per captarla, direbbe san Benedetto, è fondamentale aprire l’orecchio del cuore. Chi ama lo riconosci subito dal tono di voce: saprà toccarti il cuore prima ancora che tu traduca il contenuto delle parole. E nessuno, come chi ama, sarà in grado di fare questo: «Quante volte un uomo con il nome giusto mi ha chiamata – racconta la Maddalena in quel bellissimo canto -, una volta solo l’ho sentito pronunciare con amore. Era un uomo come tutti gli altri ma la voce quella no».

Se un giorno, poi, il pastore deciderà di lasciare scritto un avviso invece che chiamare le pecore, non cambierà nulla: anche le parole scritte hanno un loro tono di voce. Che sta negli occhi di chi le leggerà. Scritte o parlate, insomma, poco cambia: più che di parlarsi, è semplicemente la voglia d’indossare la voce dell’altro. Da quanto la sentirai tua.

Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte

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