Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 26 aprile 2026

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Nel cuore dell’inverno, mentre Israele celebra la dedicazione del tempio e fa memoria della fedeltà di Dio, Gesù pronuncia parole che dischiudono un orizzonte nuovo. Là dove il popolo riconosceva un luogo santo, egli indica se stesso. Là dove si custodiva una presenza, egli si rivela come la vera e unica Presenza.

Quando si definisce “porta”, non offre semplicemente un’immagine, ma rivela la sua identità più profonda. Cristo non conduce a Dio come un maestro tra i tanti: è Egli stesso il passaggio, la soglia vivente attraverso cui l’uomo entra nella comunione con il Padre. La sua umanità e divinità sono la via nuova e definitiva: non più un tempio di pietra, ma un corpo donato, una relazione da accogliere.

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Entrare per questa porta significa lasciarsi introdurre alla larghezza dell’amore divino. È il passaggio dalla religiosità alla comunione, dalla separazione alla familiarità.

Gesù, tuttavia, non si ferma qui: Colui che è porta è anche pastore. Non uno qualsiasi, ma colui che conosce le sue pecore e le chiama per nome. Dio agisce proprio così: non si limita a salvare, ma chiama; non guida a distanza, ma conosce intimamente, perché entra in relazione.

Le pecore, da parte loro, ascoltano e distinguono la voce di chi le ama. In mezzo alla molteplicità delle voci che attraversano l’esistenza, il discepolo impara lentamente a riconoscere quella del Pastore. Non perché sia la più forte, ma perché è la più vera, quella che raggiunge il cuore e illumina le domande più profonde.

Accanto a questa voce, però, risuonano altre parole: quelle dei ladri e dei briganti. Sono le voci di tutto ciò che si insinua nel cuore dell’uomo promettendo pienezza, ma generando divisione; che illude di offrire libertà, ma conduce alla schiavitù; che seduce con il “tutto e subito”, ma lascia vuoto nel profondo.

Il mondo contemporaneo, pur proclamandosi spazio di libertà, conosce forme sottili e pervasive di oppressione: il dominio del possesso, la ricerca esasperata di visibilità, la riduzione della verità a opinione, dell’amore a emozione, della vita a consumo. Sono voci che non riconoscono il volto, non chiamano per nome, non custodiscono la vita, ma la disperdono.

Cristo, al contrario, non prende nulla per sé, ma si dona senza riserve. Egli, il Crocifisso-Risorto, non invade, non costringe, non illude: attira, riempie, genera vita in abbondanza. Questa abbondanza non è una questione di quantità, ma la qualità dell’esistenza: è la vita riconciliata, redenta, abitata da Dio, che fiorisce anche nella prova, perché radicata in una comunione che non viene meno.

Alla luce di questa parola, la domanda si fa inevitabile e decisiva: quale voce abita il nostro cuore? Quale parola orienta in profondità i nostri pensieri, i nostri desideri, le nostre decisioni? Quando è la voce di Cristo a guidarci — spesso silenziosa, ma sempre decisiva — la direzione della nostra vita cambia, e tutto acquista un senso nuovo.

Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.

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