“Andate e annunciate il vangelo”
Il vangelo di Marco terminava in realtà al v. 8 del capitolo 16. Un giovane vestito di bianco ha invitato le donne andate al sepolcro a non avere paura e a dire ai discepoli di ritornare in Galilea, nel luogo dove tutto ha avuto inizio, a ricominciare di nuovo la sequela dietro al Risorto che li precede, cammina davanti a loro, indicando la via; ma le donne fuggirono dal sepolcro stupite e spaventate e “non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite” (Mc 16,8).
La tradizione antica ha aggiunto un’altra finale al vangelo di Marco che raduna tre apparizioni: a Maria di Magdala (Mc 16,9-11), a due discepoli in cammino (Mc 16,12-13), e infine agli undici discepoli (Mc 16,14-20).
Il Risorto rimprovera i suoi discepoli per la loro mancanza di fede e durezza di cuore, e poi li invia. “Andate in tutto il mondo e annunciate il vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). Invia quelli stessi che tante volte hanno dato prova di non capire, che sono fuggiti al momento della passione del loro maestro; non ne sceglie altri, più affidabili, più convinti, più saldi. I discepoli, e noi con loro, siamo abitati da fede e incredulità, da fiducia e dubbio, e spesso abbiamo un cuore indurito che fatica a credere di essere amato e ad aprirsi all’amore. Questi sono i discepoli inviati a tutto il mondo ad annunciare il vangelo ad ogni creatura: nonostante la pochezza della nostra fede, nonostante la fatica a dilatare il nostro cuore così tentato di rinchiudersi su di sé, il Signore si fida di noi e ci invia a condividere quella gioiosa notizia che abbiamo accolto e che può trasformare le nostre vite.
“Andate e annunciate il vangelo”, e non: “Andate a organizzare”, “Andate a costruire una qualche nuova istituzione”. Certamente l’annuncio del vangelo dovrà assumere un volto concreto, incarnandosi nel tempo e nel contesto in cui è annunciato, e a volte occorrerà organizzare, costruire, ma tutto è sottomesso all’annuncio di una notizia buona e bella che, se accolta, può cambiare la vita di ogni creatura. Un annuncio, come ricordava papa Francesco, che avviene con il nostro modo di stare dentro la vita e “se necessario, ricorre anche alle parole” . Il testo prosegue indicando i segni che accompagnano l’annuncio: l’arretrare del male; un linguaggio diverso da quello violento e conflittuale di questo mondo e che cerca di farsi capire da tutti; una scaltrezza dinanzi a quel “serpente” che era riuscito a ingannare Adamo ed Eva; la capacità di non lasciarsi avvelenare; la cura di chi soffre di qualsiasi genere di malattia. Il Risorto poi sale al cielo: da allora l’annuncio del vangelo è affidato ai discepoli.
Paradossalmente per la festa di Marco evangelista ascoltiamo un testo che fu aggiunto più tardi al suo racconto. Eppure anche questo paradosso può farci pensare ed essere significativo. Marco non fu uno dei Dodici; qualcuno lo identifica con il ragazzo che seguì Gesù dopo l’arresto nel Getsemani avvolto in un lenzuolo (Mc 14,51-52). Sappiamo che accompagnò Pietro nei suoi viaggi missionari e ne trascrisse la predicazione. Secondo la tradizione fu il primo vescovo della comunità cristiana di Alessandria d’Egitto. Lo ricordiamo con un passo del vangelo redatto da cristiani che hanno ricevuto l’annuncio evangelico. Ciò che conta non è la sua persona, è l’annuncio del Cristo morto e risorto. Così dovrebbe essere per ogni cristiano: rinviare con la propria vita e la propria predicazione “a un altro”, al Signore Gesù.
sorella Lisa
Per gentile concessione del Monastero di Bose.
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