Giovani di Parola – Commento al Vangelo del 15 aprile 2026

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Immaginiamo Gesù che parla di notte con Nicodemo, un uomo che ha tante domande, proprio come noi. Li immaginiamo lì seduti e in ascolto l’uno dell’altro come nel sacramento della confessione.

Spesso si pensa a Dio come a qualcuno che sta lì a controllare se sbagliamo per darci un giudizio, un rimprovero ma Gesù dice l’esatto contrario: “Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo”. Dio non è un giudice severo, ma un soccorritore, e noi non dobbiamo avere paura di sbagliare o di non essere “perfetti”.

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L’amore di Dio è un regalo già pronto, non un premio che dobbiamo vincere con la fatica. Gesù parla della Luce e delle Tenebre: le “tenebre” sono i nostri segreti, le cose che facciamo di nascosto perché ce ne vergogniamo o perché sappiamo che fanno male a qualcuno; la “Luce” è la Verità. Gesù non vuole illuminare i nostri errori per umiliarci, ma per aiutarci a fare ordine, solo se accendiamo la luce possiamo smettere di inciampare negli stessi ostacoli.

Egli dice che chi crede “ha la vita eterna” ma la vita eterna non inizia quando si muore, inizia adesso. Credere significa fidarsi del fatto che siamo amati e visti, e quando sai di essere amato da qualcuno, cammini a testa alta, sei più coraggioso, tratti meglio gli altri, sai essere la versione di te migliore.

Questa è la “vita eterna”: una vita che ha un senso così forte da non finire mai. La prossima volta che ci sentiamo “sbagliati” o giudicati dagli altri o da noi stessi, ricordiamoci “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito”. In quel “mondo” ci siamo noi, esattamente come siamo in questo momento.

La fede non è un peso nello zaino, ma la torcia che ci permette di camminare sicuri anche quando fuori è buio.

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