Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 15 Aprile 2026

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Vangelo del giorno di Gv 3,16-21

Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Dal Vangelo secondo Giovanni.

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

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Parola del Signore.

Dio ama il mondo. E ama te. Non dubitarne.

A un perplesso Nicodemo, che va da Gesù di notte, viene ricordato l’essenziale, la rivelazione che viene dall’alto, portata dal Figlio dell’uomo e che sarà rivelata definitivamente quando questi sarà innalzato, come il serpente di bronzo nel deserto.

Dio ama talmente il mondo da mandare suo Figlio unigenito. Il Figlio di Dio, non solo più Figlio dell’uomo. E lo ha mandato per salvare, non per punire, non per vendicarsi, non per minacciare.

Il giudizio lo conosciamo, come se ci avessero passato il compito prima dell’esame: quello che ci viene chiesto è di riconoscere in Gesù l’inviato del Padre, la Parola definitiva di Dio sulla Storia e sugli uomini.

La misura dell’amore del Padre per l’umanità è il dono del Figlio, Gesù è il regalo d’amore che oggi Dio ti fa.

Ora, amici che leggete, se tutto questo è vero, se davvero Dio ha talmente amato il mondo da mandare suo Figlio, mi chiedo: da dove provengono la tristezza e la paura che, troppo spesso, abita il nostro cuore?

Forse, e parlo per me, perché troppo spesso non fisso lo sguardo, il pensiero, in questa luminosa scoperta. Forse, e parlo di me, perché mi lascio trascinare dalle troppe cose da fare, dai problemi che incombono, dalla mia palese incapacità.

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Perciò, ogni giorno, fedelmente, prendiamo questa Parola e la meditiamo: per aprire uno squarcio nella quotidianità, per ricordarci chi siamo e cosa siamo chiamati ad essere, a diventare, a vivere.

Per scoprirci talmente amati, oggi, da diventare capaci di amare. Perché, scopertoci amati, il cuore si riempie e tracima sugli altri, su quanti incontreremo.

Qui finiscono le parole di Gesù a Nicodemo che non replica, non reagisce, scompare. Ma lo ritroveremo sotto la croce, insieme a Giuseppe di Arimatea, non più di nascosto, di notte, clandestino, un po’ vergognoso. Ma fieramente schierato, piegato da tanto amore manifesto. Sì, queste parole in lui hanno lavorato, infine, e sono fiorite.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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