fra Stefano M. Bordignon – Commento al Vangelo del 3 aprile 2026

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Isaia aveva profetizzato che sarebbe arrivato un uomo ferito, disprezzato, abbandonato. Non ha apparenza, non ha forza, non ha difese. È uno che soffre. Eppure proprio lì si rivela il mistero più grande: Dio sceglie di amarci non dall’alto della potenza, ma dal fondo della nostra fragilità.

Gesù entra nella passione portando su di sé ciò che noi non riusciamo a portare: le paure, i sensi di colpa, le ferite, le cadute. Non si ribella, non scappa, non restituisce il male ricevuto. Rimane. Ama. Perdona. E mentre tutto sembra perduto, sta accadendo la cosa più decisiva della storia: qualcuno sta offrendo la propria vita per gli altri.

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“Per le sue piaghe noi siamo stati guariti.”
Non è solo una frase. È una promessa. Le ferite di Gesù non sono la fine, sono una porta. Ci dicono che nessuna sofferenza è inutile, nessuna caduta è definitiva, nessuna vita è senza valore.

Quando guardiamo la passione, non vediamo solo il dolore di Cristo: vediamo quanto valiamo per Lui. Siamo così preziosi da essere stati cercati fin dentro il buio della croce.

E allora anche noi possiamo rialzarci. Possiamo ripartire. Possiamo credere che l’amore è più forte del male, e che ogni volta che scegliamo di amare, anche nelle piccole cose, la passione continua a trasformarsi in risurrezione dentro la nostra vita.

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