p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 10 marzo 2026

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Il peccato dei peccati è il non perdono, vale a dire l’uccidere in me l’amore del Padre. Dal Padre discende ogni grazia di vita, tra cui il dono del perdono. Quel perdono che non è un dovere ma un piacere.

Fino a che il nostro cuore non riscopre il piacere del perdono, la bellezza dell’essere perdonati, saremo continuamente alla ricerca di uno sforzo di dimenticanza nei confronti di noi stessi e dei nostri fratelli, che ci porta tutt’al più ad essere degli smemorati, figli minori dell’Alzheimer, non figli del Padre nostro che è nei cieli.

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Il perdono non è un dovere, è un piacere che sgorga da un atto di amore. O è questo o non è!

Non si può vivere senza perdono. Non si può vivere con noi stessi e non si può vivere col prossimo, tantomeno con Dio. La vita senza perdono è peggio di una pasta in bianco scotta: è immangiabile. Noi ce la siamo presa per troppo tempo col peccato dimenticando la centralità del perdono anziché del peccato. Ci siamo dimenticati che il vero peccato è la mancanza di perdono dato e ricevuto. Non ci siamo accorti che senza perdono la vita non è più vita e che la vita non diventa tale se noi non pecchiamo, ma se noi non perdoniamo.

E abbiamo passato le nostre giornate a giocare ai quattro cantoni, cercando di perdonare, vale dire di dimenticare; continuando a ricordare e a rimuginare fantomatiche ragioni che mai e poi mai ci portano sui prati dell’amore e della misericordia. Abbiamo in tal modo desertificato il prato del nostro cuore, dimentichi dell’unica cosa necessaria: un cuore perdonante.

Per questo non crediamo che nel perdono salvo il fratello offrendogli l’amore del Padre, divenendo canale di questo amore; e salvo me stesso perché in tal modo, e solo in questo modo, vivo di questo amore. Divenire coscienti che al di fuori di questo amore ricevuto e donato c’è solo morte, è un grande atto di autocoscienza. È il discorso della comunità che approda, dopo essere partito dalla centralità del più piccolo, al peccatore perdonato da ogni debito, da ogni debito è bene sottolinearlo. Ricordarmi che il mio debito è di 10.000 talenti mentre il mio credito è di 100 denari, un’immensità di differenza, è cosa buona per ritornare a comprendere che il perdono non è un debito che io debbo pagare, ma è un dono e un per-dono.

Allora possiamo ritornare al cuore della questione ricordandoci che il perdono è un fatto di cuore. Vale a dire che il perdono è un non ri-cordare, nel senso di non tenere nel cuore, il male del fratello, ricordando invece l’amore che il Padre ha per me e per lui. Un amore che è lo stesso per me e per lui.

Ricordare all’altro continuamente il suo errore, quello che noi chiamiamo perdono ma che perdono non è, è la vendetta peggiore. Se tu o Signore, dice il salmo 130, ricordi le colpe chi resisterà? Chi potrà ancora respirare? Così è per me e per il fratello. Ricordare la colpa è toglierci il respiro, è divenire asfittici e asmatici.

Ma se non riesco a perdonare, cosa devo fare? Una cosa semplice: ri-cordare che l’incapacità di perdonare è un peccato mio e non del prossimo, un peccato per il quale voglio, decido, desidero chiedere perdono a Dio e al fratello fino a settanta volte sette, ricordando che questa incapacità di perdonare è il monte di debito di 10.000 talenti che ho nei confronti di Dio e del fratello: ben poca cosa il mio credito di 100 denari! Questo ri-cordare è la via che può aprire il cuore ai fratelli e dei fratelli.

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