fra Stefano M. Bordignon – Commento al Vangelo del 9 marzo 2026

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In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria.

Gesù dice queste parole perché sa che spesso le voci più vere sono proprio quelle che facciamo fatica ad ascoltare. Sono le persone vicine, semplici, quotidiane. Quelle che non fanno rumore, ma che entrano nella nostra vita con una parola giusta al momento giusto.

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Se ci fermiamo un attimo, possiamo riconoscere qualcuno che è stato profeta per noi: una madre, un padre, un nonno, un amico, un sacerdote, un educatore, una persona incontrata per caso. Qualcuno che non ci ha fatto grandi discorsi, ma ci ha detto una frase, un consiglio, una parola che ci ha toccato dentro. E quella parola, piano piano, ci ha cambiato. Ci ha aiutato a non perderci, a rialzarci, a tornare a Dio, a credere di nuovo nella vita.

Spesso non ce ne accorgiamo subito. A volte capiamo il valore di quelle parole solo dopo anni. Ma se oggi siamo qui, se abbiamo una fede, una speranza, una direzione, è anche grazie a quelle persone che sono state “profeti” per noi, senza saperlo.

E allora la domanda diventa semplice e forte: ora siamo noi a fare questo per qualcuno?
Ora siamo noi una parola buona nella vita di qualcuno?
Ora siamo noi una presenza che porta luce, pace, fiducia, Vangelo?
Non servono prediche. Non servono ruoli speciali. Serve una vita vera. Un modo di amare. Un modo di parlare. Un modo di stare accanto. Perché spesso Dio continua a parlare così: attraverso persone normali, fragili, semplici. Attraverso di noi.

E forse, senza saperlo, noi stiamo già diventando la risposta alla preghiera di qualcuno.