La luminosa festa della Trasfigurazione di cui oggi facciamo memoria ci porta sul monte Tabor. Inizialmente i discepoli sono presi da spavento, e Pietro vuol costruire tre capanne per tenere sotto controllo ciò che non si può tenere sotto controllo, cioè il Mistero.
È la paura a suggerire a Pietro questa soluzione. È la paura che ci fa cercare rassicurazioni persino nella fede. Ma avere fede non significa piantare una tenda come una certezza che ci rassicura. Significa invece “ascoltare” il Figlio Amato: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!».
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E il messaggio di questo Figlio è di una semplicità disarmante: scendere da quella montagna! A noi non piace scendere. A noi non piace la “cruda realtà” della nostra vita. La teologia chiama questo processo kenosis, ed è la via tracciata da Gesù. Il significato della vita non è nella fuga dalla realtà, ma nel fondo della realtà.
Nessuno può dire di ascoltare il Figlio se non prende sul serio ciò che in questo momento sta vivendo, la sua nuda e cruda realtà.
Non con un ascolto qualsiasi, ma con un ascolto di amore. È sempre difficile scendere dal Tabor, perché è sempre difficile amare ciò che c’è e non ciò che vorremmo ci fosse. Ma il discepolato è esattamente seguire Gesù con fiducia in questa fatica. Il cristianesimo è vivere a modo Suo non a modo nostro.
Allora in cosa consiste la trasfigurazione? Consiste nell’ascoltare Gesù, la trasfigurazione comincia quando comincio ad ascoltare Lui invece di me. Quando la mia vita è centrata sull’ascolto, e credo alla Sua parola; l’ascolto progressivo è proprio quello che mi trasforma. Quando ascoltiamo la parola di Dio ci accorgiamo che questa parola porta frutto, la parola è un seme e il frutto è il frutto stesso dello Spirito: è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, fedeltà, mitezza, dominio di sé.
La nostra vita progressivamente si trasforma da egoismo in amore, da tristezza in gioia, da inquietudine in pace, da durezza in mitezza, da infedeltà diventa fedeltà, da cattiveria bontà, da schiavitù diventa libertà. È il senso della nostra vita, progressivo, giorno dopo giorno. Fino a quando arriveremo, di gloria in gloria, a riflettere sul nostro volto il Volto del Figlio che è quello del Padre.
Se incominciamo ad avere dentro di noi il Signore, il desiderio di ascoltare Lui, abbiamo già dentro quell’amore per Lui che è eterno e che dà senso alla nostra esistenza e dà senso a tutto il mondo.
Cerchiamo di orientare la nostra vita alla ricerca di questo desiderio invece che esclusivamente ai piaceri contingenti.
Cerchiamo di smetterla di ascoltare costantemente i nostri patemi, i nostri problemi perché difficilmente vivremo con gioia. Cerchiamo di accogliere le nostre sofferenze e fragilità come un camino verso la luce e la resurrezione, perché il male esiste ma è proprio qui che cresce e si rafforza la nostra capacità di amare, la Sua solidarietà divina con noi e la sua gloria, perché questa è la nostra destinazione finale.
Il senso vero della mia vita è crescere nell’amore, nella gioia, nella pace, nella pazienza, in questo mondo pieno di contraddizioni, perché allora sì che ha senso vivere ed è bello e ci trasfigura.
Per Riflettere
In questa Quaresima impariamo a seguire il nostro maestro e modello, Gesù Cristo, uomo nuovo, progetto di una umanità riconciliata con il Padre.
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FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
