Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 28 Gennaio 2026

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Il lavoro dell’ascolto

Nell’odierna pagina evangelica Gesù delinea il processo della Parola che, seminata in abbondanza, può non venire accolta da quegli ascoltatori da lui identificati nel terreno calpestato, sassoso, spinoso. La parabola dice che l’ascolto è un lavoro, un’ascesi e consiste anzitutto nel movimento della interiorizzazione

Il seme finito lungo la via, il sentiero di terra battuta in cui il seme non può affondare nel terreno e per questo viene subito mangiato dagli uccelli, designa un ascolto superficiale che resta infruttuoso. Ascoltare vuol dire interiorizzare, dare profondità. Per la Bibbia si ascolta con il cuore (1Re 3,9) perché è tutta quanta la persona umana che ascolta. Un ascolto che non scenda nel profondo dell’uomo non produce trasformazioni. 

Il seme caduto su terreno pietroso, che spunta subito ma che, avendo poca terra in cui radicarsi, si secca al calore del sole, rinvia a chi ascolta con entusiasmo la Parola ma non avendo radici interiori ed essendo incostante, “di un momento” (v. 17), al sopraggiungere di difficoltà o tribolazioni si scandalizza e dimentica la parola che aveva accolto con gioia. Ovvero: l’ascolto richiede perseveranza e resta infruttuoso se episodico, se lasciato in balia del momento e dell’umore. L’ascolto è un atto intenzionale e che richiede tempo. Un ascolto estemporaneo o frettoloso impedisce alla Parola di abitare nel profondo della persona e di manifestare la sua potenza. Un nemico dell’ascolto è l’illusione della facilità: anche ascoltare comporta fatica, sforzo, volontà. Solo così si potrà costruire un’interiorità salda, capace di reggere i colpi e le contraddizioni che la vita non mancherà di portare. 

Infine, il seme che cade tra i rovi rinvia a coloro che vedono reso sterile il loro ascolto a causa delle preoccupazioni mondane, del fascino della ricchezza, dei desideri e delle bramosie che li dominano, così come dei “piaceri della vita” (Lc 8,14). Il lavoro dell’ascolto comprende anche la lotta spirituale. Il sì alla Parola comporta il no ad altre dominanti che potrebbero ergersi a padrone della persona. L’ascolto della Parola di Dio è dunque opera di integrazione e di trasformazione della persona davanti a Dio “come, essa stessa non lo sa” (cf. Mc 4,27).

Il terreno buono è quello che ascolta e accoglie la Parola. Ascoltare è ospitare: fare di sé una dimora non semplicemente per parole o frasi, ma per chi ci parla e, in particolare, per Colui che ci parla. Il finale della parabola ci dice che la Parola viene ascoltata nella misura in cui viene realizzata, e l’ascolto realizza trasformazione, cambiamento, conversione della persona. 

Per la Bibbia, l’ascolto è il senso della conversione: “Ascoltate, e la vostra vita rinascerà” (Is 55,3). Ma dove l’ascolto non si accompagna all’obbedienza realizzatrice della Parola, l’esito è la durezza di cuore, la malattia per cui il cuore si indurisce, diventa insensibile e si ripiega su di sé. E un ascolto scisso dall’obbedienza crea personalità spiritualmente scisse. C’è il rischio di una schizofrenia tra il dire e il fare. E Gesù stigmatizza coloro che “dicono e non fanno” (Mt 23,3). Non ci avvenga di ridurre il cristianesimo della Parola a cristianesimo parolaio. 

fratel Luciano

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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