Sottovoce è un modo di amare bellissimo
Nel nome della Madre. Inizia nel nome della Madre, prima ancora che nel nome del Padre (del Figlio e dello Spirito Santo) l’anno nuovo per la liturgia: i pastori, giunti fino alla grotta, «trovarono Maria, Giuseppe e il bambino adagiato nella mangiatoia».
Non ci hanno pensato due volte prima di partire, non hanno nemmeno fatto un rapporto tra guadagni e rischi: sono partiti «senza indugio» alla volta della cattedrale di Betlemme. Indugiare spegne il momento, fa perdere l’attimo, ti fa perdere il treno della puntualità: «Mentre perdiamo il nostro tempo tra indugi e rinvii, la vita passa» scrive Seneca.
Una volta giunti, riconosciutolo, alla madre e al padre, ai presenti «riferirono ciò che del bambino era stato detto loro». Parole che per grado di stupore battono quelle dei profeti, caricate come fucili, mille a zero.
Di fronte a loro non hanno una parola forte, nemmeno l’eco di qualcosa d’inarrestabile: di fronte a loro splende la Parola che si è fatta carne. È la parola definitiva di Dio, dopo che – come recita la Lettera agli Ebrei – «molte volte e in diversi modi nei tempi antichi Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti; ultimamente (quasi si fosse stancato di non esser ascoltato) ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2).
E tutti, ascoltando i pastori, rimangono col fiato sospeso per un esubero di stupore nascosto nel loro raccontarsi. Loro, da parte loro, trovano il Bambino perchè hanno lasciato aperte tutte le porte delle loro vite. In fronte a loro, il giusto premio: lo sguardo di Colui che verrà a trovare qualunque umano anche quando non vorrebbe essere più trovato da nessuno.
Una, tra i presenti, indugia nell’esaltarsi: è la Madre del pargoletto appena nato. Lei, madre, avrebbe tutto il diritto d’esaltarsi per le belle parole con cui va inalberandosi quel racconto. Quale madre, nell’attimo in cui il suo figliolo lo si esalta, non si esalta in cuor suo pure lei?
Maria, invece, indugia nell’affermare il grado di stupore trattenuto. Ad immaginarla pare di vederla con la morbidezza nello sguardo: indugia, indaga, si sofferma, lo accarezza stringendolo e lo lascia andare amandolo. Ha uno sguardo che desidera, senza per forza imprigionarlo.
Ha l’indugio del meditativo la ragazza appena diventata madre: «Da parte sua, Maria custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore». Non è tutto chiaro nemmeno a lei, dal cui grembo è sbocciata la Parola bambina: eppure, a sentirne tessere le lodi, lei vanta la pazienza di chi indugia prima di gettare via, di chi ripensa prima di cestinare, di chi custodisce invece che vendere ad altri.
Non può essere che fonte d’allegrezza la scoperta che nemmeno per lei Dio è immediato, che anche per lei, pur Madre di Gesù e di Dio, l’Eterno si nasconde nei dettagli, ha bisogno del silenzio, di occhi che vadano oltre la superficie per scrutare ciò che è nascosto sott’acqua.
La custodia di chi, nell’attesa un giorno di capire, piange: «In tutte le lacrime indugia una speranza» (S. de Beauvoir).
Resta in attesa, la Donna dell’attesa e non potrebbe essere altrimenti per colei che, nel silenzio del Sabato Santo, mostrerà la resistenza come nessun altro in fatto di attesa, di speranza. Un’attesa che indugia, esplora, fissa e rimira per ennesime volte: è l’attesa della Grazia.
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La Grazia di riconoscere la Grazia e la Grazia di chi, ricolma di grazia, troverà la risposta più soddisfacente alle sue umane domande. Siccome ci tiene a Lui lo ama per davvero, lo custodisce con cura, sottovoce, in punta di piedi, misurando stupori e tremori: “Questo è il mio figlio, ma questo è anche il mio Dio: stai attenta, Maria” si ripete tra sé, con il cuore che medita e lo sguardo che custodisce.
A Betlemme, in quella stagione, Maria scattò migliaia di foto al suo Bambino in fasce, ma le custodì tutte per sé senza mai metterle in (s)vendita al mercato dei like. È la regola (non scritta) di chi ama: se esibisci il tuo amore con gli altri non è più amore ma lo fai diventare un gioco. E, pensando d’ingigantirlo, si rischia invece di sminuirlo.
Di perderlo del tutto.
Buon e Santo Anno
don Marco Pozza
Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte
