don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 30 novembre 2025

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“Fratelli, questo voi farete consapevoli del momento”, consapevoli del καιρός, che è il tempo opportuno, il tempo favorevole, il tempo che non si esaurisce nel vuoto del suo scorrere, καιρός è un tempo gravido, un tempo che chiede di essere ascoltato. Un tempo annunciazione.

San Paolo ci aiuta a comprendere che il tempo che viviamo non può essere ridotto solamente a qualcosa che scorre accompagnandoci inesorabilmente verso la fine, il tempo presente per il cristiano chiede la consapevolezza del risveglio: “è ormai tempo di svegliarvi dal sonno”, svegliarsi a riconoscere che proprio questo tempo canta senza sosta una chiamata personale alla pienezza di salvezza, a un’eternità indispensabile per non ridurre la vita a una tetra ripetizione dell’identico.

Continuare a dormire credendo che in fondo basti quello che abbiamo è terribile. Questo è il tempo e non un altro in cui “la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti”, Giuseppe Pulcinelli in un commento alla lettera ai Romani scrive “Il cristiano vive tra un “già” dell’essere giustificato, inserito in Cristo (cfr. il battesimo), e un “non ancora” della salvezza piena, di cui faranno parte tutte le dimensioni della sua identità, compresa quella fisica; ogni ora che passa ci avvicina a quel punto di arrivo a cui puntano la fede e la speranza cristiane”. Un cristianesimo schiacciato solo sul “già” di una vita vissuta nella giustizia, nella fraternità, nella bontà è solo un’etica buona, tutto sommato utile anche al “mondo”, un volontariato intelligente in cui si aiutano i più poveri, in cui si erogano servizi per i più deboli andando a sostituire le mancanze dello stato, il tentativo di costruire un mondo più giusto, una filosofia di vita in cui il nostro cuore può sentirsi addirittura buono, uno stile di vita desideroso di costruire un futuro migliore per i nostri figli, tutto nobile ma, semplicemente, non è cristianesimo. È un’altra cosa. Il cristianesimo opererà le stesse cose ma solo come segno della pienezza che sarà, solo in virtù di un incontro con il Vivente che promette salvezza piena, solo per il valore simbolico, lo dice bene Isaia nella prima lettura, si spezzeranno le spade per farne aratri, si faranno falci con le lance ma solo in nome del monte del tempio del Signore che sarà saldo sulla cima dei monti, che s’innalzerà sopra i colli, a cui affluiranno tutte le genti: “alla fine dei giorni”. Alla fine dei giorni! Senza questa visione, senza questa fede escatologica è meglio tenere spade e lance. Proprio in questo sguardo escatologico si crea la frattura, proprio qui lo scandalo, qui la difficolta di credere, di cedere alla promessa del Vangelo. Continuare a fingere che questo non sia il problema, non parlarne per non sentire lo scherno del mondo è atteggiamento colpevole. Un giorno, avevo vent’anni, dissi a un mio caro amico filosofo e prete che, se anche non ci fosse stato il paradiso io sarei stato comunque felice di aver provato a vivere da cristiano, lui, guardandomi, mi disse che senza l’incontro finale con il Padre avrebbe preferito morire o, meglio, lo disse in milanese, forse per attenuarne in parte la durezza, “si sarebbe sparato”. Non me li dimenticai più.

Se manca nel nostro intimo la nostalgia bruciante per il “non ancora” la nostra sarà una vita vissuta ad occhi chiusi, dormiente, un vivere che non riesce a intuire saggezza dentro l’invito paolino di “deporre le opere delle tenebre” per immergersi fino in fondo e in ogni istante nella Sua luce, perché questo chiede il tempo καιρός: venire finalmente alla luce, nascere a salvezza piena.
Camminare nel “già” di questo momento ma farlo senza stordire i nostri sensi, senza disperderci in relazioni conflittuali o in gelosie. Ma, invece, vivere per rivestirsi di luce o, meglio, per rivestirsi “del Signore Gesù Cristo”, che è espressione da togliere il fiato. In tanti parlano di Gesù, scrivono libri su Gesù, predicano su Gesù, e dicono anche cose interessanti, molti di loro si definiscono non credenti, io vorrei arrivare a non dire più nulla di Cristo, a non scrivere più nulla su di lui, a non aprire più bocca in cambio di potermi rivestire di lui, perché solo questo conta, questo il “non ancora” che rende luminoso, eterna l’ora che stiamo vivendo. Sempre Pulcinelli “il paradosso dell’immagine consiste nel fatto che essa parla di qualcosa di esterno come appunto è il vestito, ma indica in realtà la dimensione più interiore dell’uomo, incluso il suo essere trasformato, in un certo senso, cristificato”.Un vivere “cristificato” il resto non conta nulla.

Rivestirsi di Cristo, per vivere costantemente il “già” della vita ordinaria ma ad arca spalancata, entrandoci nell’arca che è Cristo, che solo può farci attraversare il diluvio per approdare tra le braccia dell’Eterno.

Vivere cristificati, rivestendoci di Cristo, per strappare via la parte di noi che si illude che basti stare nel campo o macinare alla mola, magari facendolo bene, per dare senso al nostro essere nati.

Vivere cristificati per immergerci consapevolmente in quel “non ancora” perché è vero che non sappiamo il giorno ma sappiamo per certo che Lui verrà, perché l’ha promesso, perché senza il suo arrivo niente avrebbe senso, perché la vita che vediamo, quello che chiamiamo reale, sarebbe solo tutta una messinscena, un tetro teatrino di ombre in onore del caso.

Vivere rivestiti di Cristo, così da vegliare sempre, anche nel tempo apparentemente più improbabile, anche quando non immaginiamo, anche quando la vita sembra vuota e senza senso, anche quando gli altri vedono solo fallimento o malattia, anche in incontri che non avremmo la minima voglia di sostenere, sempre è καιρός, tempo opportuno, tempo favorevole per rivestirci di Cristo, per morire e risorgere con lui.

Non c’è altra ragione mio Signore, mio Amato, che mi convinca della bontà di aprire gli occhi ogni giorno.

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

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