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Gesuiti – Commento al Vangelo del giorno, 19 Novembre 2025

A una prima lettura, ci si può sentire consolati solo se ci si riconosce in uno dei due servi premiati dal signore fatto re. Gesù è come questo re: riconosce i miei talenti e la mia capacità di gestione, mi valorizza e si fida di me. Se lo si legge dalla parte del terzo servo però la situazione cambia considerevolmente: l’atteggiamento diventa molto esigente e punitivo. Non c’è seconda possibilità, ti sei giocato la tua chance e te la sei giocata male. Fuori!

Il re della parabola, che nel racconto di Luca prelude a Gesù che poco dopo entra a Gerusalemme accolto come un re, sarebbe quindi rappresentato come un imprenditore spregiudicato: il manager brillante lo premio e gli do ancora più responsabilità, in modo che difenda i miei interessi. Quello scarso lo caccio, perché non mi serve a nulla.

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Può cambiare la prospettiva se ci si immagina un preside che ha tre palloni e ne dà uno a ogni maestro con il compito di far giocare e coinvolgere più bambini possibili. Due maestri riescono a far giocare uno cinque e l’altro dieci bambini. Il terzo maestro mette il pallone nell’armadio per paura che il pallone si buchi e i bambini si facciano male, lasciando i bambini da soli in cortile.

Ai primi due, il maestro darà più classi possibile, perché questo gli garantisce che i bambini giocheranno e quei maestri sapranno come fare. Il terzo dovrà fare altro, non perché sia cattivo, ma perché non è entrato nella logica del preside: quella di prendersi cura dei bimbi. La logica del potere per Gesù non è economica né remunerativa, è la cura e la responsabilità di ciò che ti è affidato. E quelle città siamo noi. Siamo i servi e le città allo stesso tempo, affidàti gli uni agli altri.

Commento a cura di: Leonardo Angius SJ

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Fonte: Get up and Walk – il vangelo quotidiano commentato