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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 6 Ottobre 2025

Vangelo del giorno di Lc 10,25-37

Chi è il mio prossimo?

Dal Vangelo secondo Luca
 
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

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Parola del Signore.

Uno in gamba, dai, non scherziamo. Uno che ha studiato, che sa, che ha frequentato tutti i corsi di teologia e fatto settimane di formazione nei luoghi spiritualmente più alla moda del suo tempo.
E che non si capacita della fama di questo provincialotto ignorante, che non ha frequentato nessuna delle scuole teologiche di Gerusalemme.

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Chiede, fingendo interesse, ma con l’intento di mettere in difficoltà il tenero Nazareno. Domanda equilibrata, perfetta, da manuale.
La risposta, invece, spiazza: come leggi la Parola?
La lasci correre via, distrattamente, la vivi come se fosse una sorta di pia leggenda per anime semplici (e retrograde), la usi come un corpo contundente per mettere in difficoltà chi ne sa di meno?

La risposta, nuovamente, è da manuale. Bene, bravo, ottimo, applauso.
La rissa è già finita? E come può, il saggio, sfoggiare la sua cultura?
Ennesima domanda che scatena la più devastante delle parabole del Signore.

Invece un samaritano. Il dottore della legge, a questo punto, è svenuto.
Tutti si aspettavano che Gesù facesse entrare in scena un pio devoto laico, un credente adulto e motivato, non bigotto e formale, magari simile a qualcuno presente fra la folla.
Chiunque, ma non un samaritano.

Siamo noi ad averlo chiamato “buono”. Non sappiamo nulla di lui, magari è un delinquente.
Ma è ciò che fa che è “buono”.
Non va a cercarsi la persona da aiutare, è la vita che ce la mette in mezzo ai piedi continuamente.

Il samaritano vede un uomo, non un nemico, non uno dell’altra squadra.
Un uomo che ha bisogno. E il suo è anzitutto un bisogno di compassione.
Di patire insieme. Di condividere.

Si ferma, agisce, si prende cura di lui e all’albergatore, pagato, chiederà di fare lo stesso.
Il sentimento diventa azione.
Azione che gli fa perdere tempo, soldi, che gli fa correre dei rischi.

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Non fa il salvatore della patria, ha la sua vita, continua il suo viaggio impegnandosi, di ritorno, a fermarsi per saldare eventuali debiti.
Accompagna ed affida.
A lui affidiamo questa nostra inquieta e irrisolta Nazione.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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