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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 3 Ottobre 2025

Vangelo del giorno di Lc 10,13-16

Chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato.

Dal Vangelo secondo Luca
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!
Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».

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Parola del Signore.

Dio disprezza il tiepido e lo vomita, così dice, perentoriamente, l’Apocalisse.
Anche Gesù, nella sua vita, ha duramente contestato l’atteggiamento di chi si sente al riparo, di chi non avverte il bisogno di conversione, di chi dà tutto per scontato.

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Il fatto di appartenere al popolo di Israele aveva convinto molti della propria salvezza a prescindere, manifestando un senso di superiorità che doveva risultare parecchio irritante.
Così Gesù ricorda a tutti che non basta appartenere ad un popolo per conoscere Dio, che una fede culturale, di abitudine, chiusa nelle proprie piccole convinzioni non è in grado di produrre salvezza.

Così, nella pagina di oggi, Gesù sottolinea con una punta di tristezza che proprio le città pagane, Tiro e Sidone, sono più disponibili all’ascolto e che, certamente, si sarebbero convertite davanti alle parole e ai prodigi del Maestro.
Non così Betsaida, la città natale di Pietro e Andrea o Cafarnao che, nonostante la presenza del Nazareno, sono refrattarie, dubbiose, indifferenti al messaggio del Signore.

Anche se in termini leggermente diversi, questo rischio lo corriamo anche noi, continuamente, come credenti, come cattolici, come praticanti.
Avere scoperto il Vangelo e Cristo, essere nati e cresciuti in un paese ancora (in gran parte) tradizionalmente cristiano, avere fatto la catechesi e i sacramenti, coltivare un minimo di vita spirituale… tutto ci conduce, in teoria, verso una maggiore consapevolezza di Dio e ad una crescita nella fede.

Purtroppo, però, non sempre è così perché il rischio dell’abitudine e della tiepidezza è sempre in agguato.
Così ci viene confermato da chi studia i cambiamenti della società: ormai solo più il 65% degli italiani si dichiara cristiano e, di questi, meno del 20% partecipa alla preghiera domenicale.

Il cristianesimo tiepido rischia di diventare solamente un riferimento culturale, e non il fuoco divorante che Gesù è venuto a gettare sulla terra.
E i non credenti, spesso, sono quelli più aperti all’ascolto.
Bene che il Signore ce lo ricordi!

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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