Carlo Miglietta – Commento alle letture di domenica 27 Luglio 2025

Domenica 27 Luglio 2025 - XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Lc 11,1-13

Data:

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Il “Padre nostro”, modello di preghiera

La Prima Lettura (Gen 18,20-32) ci presenta la meravigliosa intercessione di Abramo per ottenere la salvezza di Sodoma e Gomorra. Nel Vangelo odierno, i discepoli chiedono a Gesรน: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1), ed egli risponde proponendo loro una “preghiera modello”, il “Padre nostro”. Solo Gesรน puรฒ insegnarci a pregare, perchรฉ โ€œin lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenzaโ€ (Seconda Lettura: Col 2,2-14). Il Vangelo di oggi ci fa meditare sulla versione di Luca del โ€œPadre nostroโ€ (Lc 11,1-4), forse la piรน antica, che comprende solo cinque invocazioni, mentre quella di Matteo ne ha sette (Mt 6,9-13). 

1) Padre 

Innanzitutto Dio non รจ l’Assente, l’Essere impersonale: รจ colui al quale io posso parlare, che ascolta la mia voce, con cui posso entrare il colloquio. Anzi egli mi รจ “Padre”, e noi siamo suoi figli amatissimi (Es 4,22; Dt 1,31; 14,1โ€ฆ). Possiamo chiamare Dio addirittura “Abba’” (Rm 8,15; Gal 4,6), cioรจ “Papi”, “Papino”, il piรน tenero vezzeggiativo dei bimbi.

2) Sia santificato il tuo nome

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Al Dio “Papi” innanzitutto chiediamo che “sia santificato il tuo nome” (Mt 6,9; Lc 11,2): siamo probabilmente di fronte ad un “passivo divino”, cioรจ ad uno di quei modi ebraici per evitare di nominare il nome di Dio invano, e che quindi puรฒ vedere Dio come complemento d’agente; potremmo tradurlo: “Fa’ che sia manifesta la santitร  del tuo nome”. La “santitร ” traduce l’ebraico “qedushah“, derivante da una radice che dignifica “separare”, “tagliare”. Il termine richiama l’assoluta alteritร  di Dio, la sua trascendenza. Con questa invocazione chiediamo a Dio di comprendere la nostra alteritร  da lui. 

3) Venga il tuo regno

Ma la “santitร ” di Dio, la sua alteritร  da noi non restano inaccessibili. In Gesรน Cristo “รจ giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20). Ormai, in Gesรน, Dio si รจ fatto “vicino” agli uomini, la divinitร  si fonde con l’umanitร , e noi partecipiamo della vita di Dio pur nell’alteritร  da lui. 

4) Dacci ogni giorno il pane quotidiano

“Quotidiano” (Mt 6,11; Lc 11,3), “epiousion“, che compare solo qui in tutto in Nuovo Testamento, puรฒ significare “per il giorno che viene”, cioรจ per l’oggi, se lo si fa derivare da epi-ienai: in tal caso รจ un rafforzativo di “dacci oggi”, o “dacci ogni giorno”, per aprirci ad una fiducia illimitata. Ma se lo si fa derivare da epi-einai, puรฒ significare “necessario per l’esistenzaโ€: in questo caso รจ domanda a Dio di tutto ciรฒ di cui abbiamo bisogno per la nostra vita, รจ affidare a lui tutto il nostro essere; ma puรฒ anche tradursi “sovrasostanziale”, ed in tal senso vi sarebbe una chiara allusione all’Eucarestia, Pane di Vita (Gv 6,53-56). 

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5) Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,

Luca ha usato la parola piรน abituale, โ€œpeccati (amartรฌas)โ€ (Lc 11,4); Matteo utilizza il termine piรน raro, โ€œdebiti (opheilรจtama)โ€ (Mt 6,12). Mentre il termine โ€œpeccatoโ€ rimanda di piรน alla trasgressione di un comandamento, di una norma, โ€œdebitoโ€ indica una carenza nella relazione con qualcuno. Il peccato non รจ semplicemente la disobbedienza a un comando, รจ rottura della relazione con Dio. 

Non dimentichiamo mai che il perdono di Dio sempre precede la nostra riconciliazione con il prossimo. Sembra spiegare piรน adeguatamente ciรฒ il โ€œPadre nostroโ€ del Vangelo di Luca, che prega: โ€œPerdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti (kaรฌ gร r autoรฌ) li perdoniamo (aphรฌomen) ai nostri debitoriโ€ (Lc 11,4). Appare meglio, rispetto al testo matteano, che la nostra capacitร  di perdonare i fratelli deriva (โ€œe infattiโ€) dal fatto che Dio ci rimette prima i peccati. 

6) Non abbandonarci alla tentazione

La traduzione precedente (โ€œnon ci indurre in tentazioneโ€) poteva lasciar intendere che Dio tentasse le persone. Ma questo non puรฒ essere perchรฉ โ€œDio non tenta nessunoโ€ (Gc 1,12). Lโ€™โ€œ’eisfรฉrein‘โ€ greco o lโ€™โ€œinducereโ€ latino avevano solo un senso concessivo (โ€œnon lasciar entrareโ€, โ€œfaโ€™ che non entriamoโ€), mentre lโ€™โ€œindurreโ€ italiano si รจ sovraccaricato di una connotazione volitiva (โ€œintrodurreโ€, โ€œspingere dentroโ€) che non gli fa piรน dire la stessa cosa. Anche in aramaico, la lingua parlata da Gesรน, il verbo corrispondente ha un significato permissivo e non attivo. Forse โ€œnon lasciarci cadere in tentazioneโ€ sarebbe stato meglio del โ€œnon abbandonarciโ€. O, come proponeva il grande biblista Jean Carmignac, โ€œbasandosi sull’originale semitico nascosto sotto il testo greco, sarebbe davvero fedele alle parole di Gesรน un ยซnon permettere che soggiaciamo alla tentazione (del Maligno)โ€.

Il commento alle letture della domenica a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito รจ โ€œBuona Bibbia a tuttiโ€œ.

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