Leggendo questo brano evangelico non si può non restare almeno momentaneamente sconcertati: Gesù dice che chi lo ama osserverà la sua parola. Ma da cosa si può dedurre che uno ama Gesù se non proprio dal fatto che osserva la sua parola?
Ciò che sembrerebbe logico attendersi, quindi, sarebbe un rovesciamento del rapporto amore—osservanza della parola. Sarebbe apparso più logico che Gesù avesse detto: chi osserva la mia parola mia ama. Ossia, l’amore per Gesù come concreta espressione di un sentimento conseguente alla osservanza della sua parola. Eppure è proprio così! Se leggiamo il versetto 21 dello stesso capitolo troviamo che Gesù dice: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserverà, è quello che mi ama”.
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Ecco allora che quel “Se uno mi ama osserverà la mia parola” non sta ad indicare che l’osservanza della sua parola discende dall’amore di Gesù, ma che è dalla osservanza della sua parola che si può percepire l’amore per Gesù. E la sua parola è in fin dei conti molto semplice e categorica: amatevi come io vi ho amato.
E questo è quell’amore che mancava a Giuda (di cui questo brano evangelico propone una parte del dialogo in occasione dell’ultima cena). Giuda amava solo apparentemente Gesù, ma di fatto il suo era un amore non veritiero, perché prescindeva dalla osservanza dei comandamenti di Gesù. E il brano diventa un monito anche per noi, affinché non ci limitiamo a dire “Signore, Signore!”, per poi agire in modo difforme dai suoi richiami e senza imitare il suo operato.
Per riflettere
Chiediamoci: siamo veramente sicuri di amare Gesù? Il nostro frequentare la chiesa, osservarne i precetti e i riti, è veramente riprova del nostro amore per Gesù? Oppure i nostri rapporti interpersonali non sono così improntati a quell’amore, a quella fraternità, a quella condivisione e compassione ai quali Gesù ci richiama come prova autentica dell’amore per Lui?
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
