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Paolo de Martino – Commento al Vangelo del 2 Marzo 2025

Il Discorso della Pianura e le Parabole di Gesù

Nell’ultima parte del discorso della pianura, Luca ha raccolto diverse sentenze che definisce “parabole” e che riguardano soprattutto la vita dei credenti nelle comunità. Queste brevi sentenze sono espresse con delle coppie: due ciechi, discepolo e maestro, due fratelli, due alberi, due uomini, due case. Era una tecnica retorica per facilitare l’imprimersi delle parole nella mente degli ascoltatori.

Ciechi

La parabola del cieco che guida un altro cieco è la più breve delle parabole, occupa una sola riga.

Un’altra pagina provocante. Tutti seguiamo delle guide, più o meno consciamente. Tutti siamo vittime degli influencer, siano essi politici, scrittori, cantanti, preti… ma «può forse un cieco guidare un altro cieco?».

L’ammonimento è evidente, ma a chi è indirizzato? A ogni discepolo, tentato di non riconoscere le proprie incapacità, eppure abitato dalla pretesa di voler insegnare agli altri. Gesù si propone come unica guida, l’unico che sa dove condurci. Il problema è quando pensiamo di diventare maestri degli altri.

Gesù non sta parlando solo dei “ciechi” di allora (farisei, scribi, sadducei ecc.), questo lo farà Matteo. Luca vuole scuotere la sua comunità, e quindi noi. Nella comunità ci dovevano essere problemi interni: qualcuno si riteneva superiore agli altri ed esprimeva giudizi, come se la fede fosse qualcosa “per gli altri” e non per se stessi in primo luogo.

Il rischio è diventare giudici degli altri, sostituendoci al Maestro e facendo passare le nostre convinzioni come fossero sue parole. Voler guidare gli altri può sembrare un gesto d’amore, ma quando si è ciechi e si pretende di essere guide, l’amore può condurre le persone nella buca.

Ipocrisia

Il Maestro, con una buona dose di humor, parla dell’ipocrisia. Nella Grecia classica, l’ipocrita era l’attore di teatro, il quale saliva sul palcoscenico per recitare una parte.

Contro gli ipocriti (che alla fine si rivelano per quello che sono), viene spontaneo dire: “Senti chi parla. Da che pulpito viene la predica!”. È un’espressione che allude agli ambienti clericali, dove spesso “si predica bene, ma si razzola male”.

Gesù è chiaro: non guardare alla pagliuzza nell’occhio dell’altro, tu che hai una trave nel tuo. Questa immagine paradossale ricorda una favola antica di Esopo: ogni uomo, entrando nel mondo, si trova due bisacce appese al collo, una davanti piena dei vizi altrui e una dietro con i propri. Ovviamente, vede e stigmatizza quelli degli altri, mentre ignora i propri.

Quanta fatica facciamo a riconoscere i nostri errori! Ciò che vediamo negli altri come “trave”, lo viviamo in noi come pagliuzza. Benevoli con noi stessi, spietati con gli altri.

C’è però una tentazione da evitare: dire tutto, sempre e comunque, in nome della verità. Oggi sembra che la virtù della discrezione sia merce rara, ma essere discreti non significa essere reticenti.

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Giudizi

Lo so cosa stai pensando, amico lettore: allora devo evitare di giudicare qualsiasi cosa? Con il rischio di non dare nessun valore a nulla? No, Gesù ci offre un criterio: giudichiamo tutto e tutti con gli occhi di Dio.

Il nostro agire è la conseguenza dell’incontro che abbiamo avuto con Lui. Non si tratta di non giudicare le situazioni, ma di vederle con lo sguardo del Padre. Sincerità e ipocrisia sono gli argini dentro i quali scorrono le nostre relazioni.

Una religiosità senza misericordia è semplice ipocrisia.

Frutti

Luca ricorda che dai frutti si riconoscono gli alberi. Frutto buono, albero buono: è così semplice.

L’albero è simbolo della vita, perché prende ciò che non è vivo (la terra, l’acqua, l’aria e la luce) e li trasforma in vita. Ma è simbolo anche dell’uomo perché ha radici sotto terra, ma si erge sopra la terra, proteso verso il cielo.

Gesù ci sta dicendo che ognuno agisce secondo la propria natura: un albero di mele produrrà necessariamente mele. Come posso capire se vivo il mio essere figlio di Dio? Dai frutti.

Se i miei frutti sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, mitezza, dominio di sé, allora vuol dire che l’albero della mia vita ha radici di misericordia. Non c’è da sforzarsi nel fare il bene, perché se siamo buoni (cioè se ci facciamo raggiungere dal Suo amore) facciamo necessariamente il bene.

Cuore

Dove si trova il principio del bene e del male? Nel cuore.

Tutte le cose sono buone. Non c’è una cosa cattiva al mondo perché ha fatto tutto Dio. È l’uso che noi ne facciamo che è buono o cattivo.

Il cuore buono produce il bene. Il cuore cattivo (letteralmente “putrido, marcio”) produce morte. Ma ecco la bella notizia: proprio nel male comprendo il bene che Dio mi vuole.

Nel finale, una sorpresa. Il primo frutto del cuore è la parola: «La sua bocca, infatti, esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Gesù chiederà di continuare quel ministero della Parola che aveva formato la sua principale attività.

Lo so cosa stai pensando, amico lettore: è possibile cambiare il mondo con la parola? Per noi, ammalati di efficientismo, sembra roba da ingenui, eppure non c’è nulla di più forte della parola.

A noi, per quanto sgangherati, il Signore affida il Vangelo, come tesoro custodito in fragili vasi di creta. Le tue scelte, il tuo lavoro, il servizio in parrocchia, che frutti danno?

La bella notizia di questa domenica? Abbiamo tutti un tesoro buono custodito in vasi d’argilla.

Fonte: il blog di Paolo de Martino | CANALE YOUTUBE | PAGINA FACEBOOK