Con la scelta liturgica di oggi siamo trasportati nel linguaggio giovanneo, proprio all’inizio del suo vangelo. Un prologo che raccoglie la riflessione della chiesa di Giovanni quasi alla fine del primo secolo cristiano.
La comunità dei discepoli di Gesù ha maturato la riflessione sulla propria esperienza e sulla propria fede, vive il tempo della persecuzioni, vive la lontananza dalla terra di Israele, vive… è l’espressione di una chiesa che cammina nel tempo e nella storia, rileggendola alla luce dell’evento dell’incarnazione.
«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato». L’anelito profondo del cuore umano, espresso in tanti salmi e preghiere, si è realizzato: Dio ha mostrato il suo volto. Dio lo vediamo e ci è rivelato nell’esperienza umanissima di Gesù, il Verbo di Dio che si è fatto carne, si è fatto uno di noi.
Il farsi “carne” esprime tutta la grandezza degli esseri umani, ma anche tutta la loro fragilità, la loro mortalità. In questa carne umana assunta dal Verbo si mostra il progetto divino: in lui, infatti, «abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità».
Ma in questo testo solenne entra e si mostra anche il dramma del rifiuto umano: le tenebre non hanno accolto la luce vera che veniva nel mondo. Un rifiuto che è ancora una realtà. Siamo anche noi di fronte a una scelta di accoglienza o di rifiuto. Qui si esprime tutta la grandezza e la drammaticità della nostra libertà. Dio viene nel mondo, lasciando a noi la scelta di accoglierlo o rifiutarlo.
Per riflettere
Il mistero dell’incarnazione, che abbiamo appena celebrato nei giorni di Natale, è al cuore della nostra fede. E ci sollecita ancora oggi a contemplare nel profondo il dono di amore di Dio. E anche noi siamo chiamati a dare testimonianza alla luce, come Giovanni Battista.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
