- Pubblicità -

Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 24 Novembre 2024

Quale regalità?

L’ultima settimana dell’Anno liturgico della Chiesa si apre con la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, Signore del tempo e della storia. Lui, il Figlio di Dio fatto uomo, dopo aver percorso le vie di questo mondo nell’umiltà della condizione umana, “facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di Croce” (Fil 2, 8), è stato esaltato fino a raggiungere la posizione suprema. Il Padre, ci ricorda ancora San Paolo, “lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2, 10).

La regalità di Cristo, come è evidente dalla Scrittura, non ha nulla a che vedere con le dinamiche del potere umano, delle ricchezze e della potenza militare. Essa è il frutto del suo passaggio attraverso la porta stretta della passione e della croce, per entrare nella gloria senza tramonto della resurrezione. La sua incoronazione è alquanto unica: il suo trono è la croce, la sua corona è fatta di spine, i membri della sua corte sono i ladroni crocifissi con lui, il suo manto è la carne flagellata dai colpi, il suo popolo è indifferente.

Non è un caso che la liturgia di questa domenica scelga proprio un passo dei racconti della Passione, nella versione dell’evangelista Giovanni, per aiutarci a meditare il mistero della regalità di Cristo. Le parole di Gesù rivolte a Pilato circa la natura del suo Regno non hanno bisogno di innecessarie spiegazioni: la sua sovranità non appartiene a questo mondo, ma paradossalmente può persino finire sotto il giudizio umano, come il seme, che solo se cade nella terra e muore, manifesta la sua potenza che dà frutto, finendo per sconvolgere gli stessi regni umani.

Nel regno di Cristo non c’è spazio per le lotte, le cordate e le battaglie di potere: Egli è un re mite, che vince perdendo umanamente. Cristo è un re che non si sottopone alle trame del compromesso, della menzogna, della politica o della ragion di stato, ma risponde alla sola verità.

Per essere “sudditi” o cittadini del regno di Cristo non bisogna appartenere ad uno specifico popolo, parlare una lingua particolare o vivere in un territorio su cui Egli esercita la sua giurisdizione, ma soltanto scegliere di essere dalla parte della verità, ossia di chi sceglie la semplicità dell’amore di Dio e la trasparenza del Vangelo, ascoltando la sua voce.

Come battezzati, tutti noi siamo resi partecipi della sua stessa dignità regale, diventiamo membra del popolo regale della Chiesa. Chiediamoci con onestà, al termine di questo anno liturgico: nella Chiesa e nel mondo, da quali criteri mi lascio guidare nelle mie decisioni, azioni e relazioni? Posso rivedere in me le stesse dinamiche della regalità di Cristo, oppure riscontro tracce di inquinamento della mentalità mondana nel modo in cui vivo la mia vita ed esercito la mia responsabilità nei confronti degli altri?

Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.