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mons. Giuseppe Mani – Commento al Vangelo di domenica 17 Novembre 2024

Il cielo e la terra passeranno

La prossima conclusione dell’anno liturgico ci porta a considerare il problema della fine dei tempi nel passaggio del Vangelo di oggi. Per non lasciarci condizionare dai media che accolgono le varie profezie proposte, è importante ascoltare l’introduzione liturgica: “Gesù parlava ai suoi discepoli della sua venuta”.

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Due difficoltà “oscurano” la comprensione della fine dei tempi al cristiano di oggi. Per prima cosa l’eccessivo interesse per il tempo presente che distrae un gran numero di interessi, al di là della riuscita sociale, economica e la relativa opacità delle immagini bibliche tipiche del tempo di Gesù. Era proprio di quei tempi spiegare i fenomeni con la partecipazione dei capricci dell’atmosfera. Oggi la scienza ci ha rivelato che gli astri obbediscono a delle leggi fisiche. Nessuno immaginerebbe che la venuta di Gesù possa essere accompagnata dalla caduta di un meteorite.

All’inizio di questo anno liturgico c’è il problema del ritorno del Signore: quando tornerà il Signore? Quanto tarderà? Gesù ci spiega che avverrà nella misura che la fede si svilupperà sulla terra attraverso le numerose generazioni.

Immaginiamo una famiglia fatta da molti figli che vegliano a turno tutta la notte un genitore agonizzante. Quando effettivamente il genitore, il padre o la madre, morirà, solo uno dei figli si troverà fisicamente al suo fianco, ma tutti gli altri avranno preso parte alla veglia in maniera da essere spiritualmente associati a quel momento cruciale. Così è per il ritorno di Cristo: solo una precisa generazione di Cristiani sarà testimone, ma tutte le generazioni che hanno vegliato nella fede si troveranno pienamente associate.

Quando Gesù parla di segni della vegetazione non è sicuro che investano gli stessi sforzi nella lettura delle premesse del regno. Facilmente sono verificabili i considerevoli sviluppi della scienza ma non facilmente rilevabili i processi spirituali realizzati dall’uomo del nostro tempo. Dove se ne trovano le tracce? E’ facile accorgersi che si è passati della candela alle centrali nucleari, ma non si può verificare quanto progresso nella santità l’uomo abbia realizzato da una generazione all’altra.

“Nessuno conosce né il giorno né l’ora”. Disponiamo di una numerosa scelta di personaggi che hanno predetto la fine dei tempi: lo pseudo profeta Nostradamus, il profeta Malachia, alcuni reverendi americani, dei guru asiatici e tanti altri… Ma sono rassicuranti le parole definitive di Gesù: “Neanche il Figlio lo sa, ma soltanto il Padre” e così chiude la visione della fine dei tempi che compie la veglia della nostra generazione.

Per ritornare all’immagine precedente del padre agonizzante, se i figli sapessero che muore al mattino lo lascerebbero solo tutta la notte. Invece è importante che tutte le generazioni cristiane esprimano la stessa qualità di veglia nell’attesa della venuta del Signore.

Il paragone della venuta di Cristo si ferma perché noi non vegliamo uno che deve morire, ma il ritorno di un Risorto. La vita cristiana si svolge in una tensione tra l’incarnazione del Figlio di Dio, in un’epoca precisa e in un determinato luogo e il ritorno glorioso del Figlio dell’Uomo che coinvolgerà nel suo evento tutto l’universo.

La “grande potenza e la grande gloria” annunciata da Gesù non sarà in effetti limitata a Lui. Al suo ritorno renderà potente ciò che è debole e glorioso ciò che è umiliato. Così la prospettiva della sua venuta non deve essere per noi sorgente di timore, ma di gioia.

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