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don Fabio Rosini – Commento al Vangelo di domenica 19 luglio 2026

Il Tempo del Bene: Indulgenza e Pazienza di Dio

Don Fabio affronta il tema della pazienza divina e dell’indulgenza, prendendo spunto dalla parabola evangelica del grano e della zizzania.

Mette in guardia contro la tentazione moderna di esprimere giudizi affrettati o radicali, invitando invece a rispettare i tempi di maturazione necessari affinché il bene possa manifestarsi. Viene sottolineato come la realtà umana sia intrinsecamente ambigua e mescolata, rendendo fondamentale la capacità di proteggere ciò che è buono anche quando appare soffocato dal male.

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Lo Spirito Santo agisce proprio nella nostra debolezza, sostenendoci in un percorso educativo e relazionale che rifiuta l’intolleranza. In ultima analisi, il testo esorta a nutrire fiducia e speranza, attendendo con mitezza che ogni vita porti i propri frutti secondo il disegno di Dio.

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Approfondiamo il commento di don Fabio.

L’Arte della Pazienza: Perché la Tua “Zizzania” Potrebbe Essere un Dono in Attesa di Maturare

Viviamo immersi in un’ansia da prestazione spirituale e psicologica che non ci dà tregua. È la sindrome del “tutto e subito”: se un’abitudine ci tormenta, vogliamo sradicarla stasera; se un lato del nostro carattere ci disturba, cerchiamo un manuale che lo cancelli in tre mosse. Eppure, la vita si ostina a presentarsi come una “realtà melange”, un intreccio inestricabile dove il bene e il male non sono mai isolati in compartimenti stagni. Spesso, nel tentativo di fare pulizia chirurgica nel nostro cuore o in quello degli altri, finiamo per amputare proprio le parti più vitali. Siamo diventati feroci con la nostra stessa crescita, dimenticando che la maturità non è un atto di forza, ma un processo di attesa.

Il campo sotto tensione: accettare il “Melange”

Dobbiamo dircelo con onestà: il reale ha origini eterogenee. Dentro di noi non abita una sola voce, ma un coro spesso dissonante di sementi diverse. C’è il seme buono, quello che viene da Dio — sano, costruttivo, luminoso — e c’è la “zizzania”, quel seme cattivo introdotto da un “nemico” nel campo del mondo e della nostra anima.

Questa non è una visione pessimistica, ma una descrizione fedele della tensione spirituale in cui siamo immersi. Gli elementi che ci disturbano sono talmente intrecciati a ciò che ci interessa e ci nutre che separarli prematuramente è impossibile. Accettare l’ambiguità non significa rassegnarsi al male, ma riconoscere che la nostra vita è un campo di battaglia sacro dove il grano e l’erbaccia crescono insieme, nutriti dallo stesso suolo.

La ferocia del “Giustizialismo” e la grazia di tornare a sé

C’è qualcosa di profondamente violento nel modo in cui la nostra generazione affronta l’errore. Viviamo in una sorta di “interventismo giustizialista” — una sorta di cancel culture interiore — per cui, se qualcosa presenta un elemento negativo, l’impulso è buttare via tutto. Siamo diventati esperti nel tagliare, nell’escludere, nel condannare. Ma questa ferocia non appartiene allo Spirito Santo.

La logica divina segue una pedagogia diversa, quella dell’indulgenza. Come ci ricorda il libro della Sapienza:

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“Dio è indulgente, cioè colui che ha pazienza, che permette all’altro di sbagliare e di pentirsi, gli dà il tempo di ritornare in sé.”

Questa è la bellezza psicologica dell’indulgenza: non è un colpo di spugna pigro, ma l’offerta di uno spazio temporale. È il permesso di essere imperfetti oggi per avere la possibilità di ritrovare noi stessi domani. Senza questo tempo, non c’è ritorno, c’è solo rottura.

L’alchimia del tempo: aspettare l’oro

C’è un momento preciso in cui la distinzione tra ciò che è fecondo e ciò che è sterile diventa evidente, ma non è quasi mai l’inizio. Nel linguaggio agricolo della parabola, il grano e la zizzania appaiono identici finché sono verdi. La vera differenza emerge solo quando il campo inizia a “biondeggiare”.

Il grano maturo diventa dorato, pesante, gravido di frutto e di vita; la zizzania resta invece verde, rigida, ostinatamente sterile. È solo sotto il sole della maturità che il bene si mostra per quello che è: salvifico e importante. Se interveniamo quando tutto è ancora verde, guidati da un’ansia di purezza, rischiamo di strappare la nostra stessa salvezza. Il tempo è l’unico giudice onesto, perché solo il tempo permette alla sostanza di rivelarsi. Il bene ha i suoi ritmi e non può essere forzato senza essere distrutto.

La sacra incoerenza dei giovani

Questa pazienza è il cuore di ogni vera educazione. Pensiamo agli adolescenti, spesso percepiti come insopportabili, incoerenti o dediti a provocazioni insostenibili. Se dovessimo applicare loro un giudizio tagliente e definitivo basato sul presente, vedremmo solo zizzania.

Eppure, in quel disordine, c’è la vita. C’è qualcosa di buono che vale la pena difendere a ogni costo. Dobbiamo avere il coraggio di dare fiducia a quella vita, concedendo ai giovani il tempo di maturare finché non saranno loro stessi, guardandosi dentro, a distinguere tra l’infruttuosa confusione e il “gravido grano” che portano in seno. Educare non è pulire un campo, ma custodire una promessa.

Il Test di Francesco: sopravvivere al proprio passato

Se avessimo incontrato il giovane Francesco d’Assisi nel pieno della sua giovinezza, probabilmente lo avremmo “cancellato”. Avremmo visto un ragazzo edonista, disordinato, perso dietro a desideri “da quattro soldi” e ambizioni superficiali. Secondo la logica del tutto e subito, Francesco era un ramo secco, un errore da correggere drasticamente o da abbandonare.

Invece, proprio in quel terreno ambiguo e contraddittorio stava maturando uno dei più grandi santi della storia. E questo vale per ognuno di noi. Se fossimo stati valutati esclusivamente nei nostri momenti di immaturità, avremmo rovinato la bellezza dei frutti che oggi, finalmente biondeggianti, nutriamo. Non dobbiamo mai perdere la speranza sul nostro “potenziale residuo”, anche quando il disordine sembra soffocare ogni luce.

La debolezza come spazio del respiro

C’è un paradosso radicale in questa visione: la nostra debolezza non è un ostacolo al rapporto con Dio, ma il suo spazio privilegiato. “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza”. Spesso pensiamo di dover essere “sistemati” o “chiariti” per essere degni, ma la pretesa di aver messo tutto a posto è la trappola più pericolosa. È l’inganno che ci rende feroci verso gli altri e verso noi stessi.

L’aspetto problematico della nostra realtà è esattamente il luogo dove la nostra relazione con l’Oltre si fa autentica. È nelle crepe della nostra zizzania che lo Spirito intercede. L’incertezza, se vissuta con umiltà, è infinitamente più divina della sicurezza spietata di chi vuole estirpare il male prima del tempo.

Conclusione: Il campo al tramonto

In un mondo che ci chiede di essere giudici implacabili, siamo chiamati a essere custodi pazienti. Il bene conta più della giustizia sommaria; la vita conta più della perfezione formale. Sia nella nostra storia personale che nella Chiesa, dobbiamo imparare l’arte di dare fiducia a ciò che matura lentamente.

Immaginate il campo della vostra vita al tramonto: la luce radente rivela finalmente la differenza tra ciò che è verde e inutile e ciò che, finalmente dorato, è pronto a nutrire il mondo. Quel colore biondo, quel peso di vita, appartiene solo a chi ha avuto il coraggio di non tagliare troppo presto.

Quale area della tua vita oggi sta soffrendo a causa di un giudizio troppo feroce, e avrebbe invece bisogno della pazienza dell’indulgenza per poter finalmente biondeggiare?

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Commento di don Fabio Rosini al Vangelo di domenica 19 luglio 2026 – Anno A, dai microfoni di Radio Vaticana (dove potete trovare il file audio originale utilizzato nel video).