Paolo Curtaz – Commento al Vangelo di domenica 16 Giugno 2024

Domenica 16 Giugno 2024
Commento al brano del Vangelo di: Mc 4, 26-34

Data:

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Germogliย 

Arriva lโ€™estate.

Nuovamente. Le parrocchie si attrezzano con i campi estivi, chi puรฒ si programma un poโ€™ di ferie, le notizie che arrivano dal mondo sono sempre piรน cupe e sconfortanti. 

E noi, teneri topoloni, attendiamo cieli nuovi e terra nuova in cui avrร  stabile dimora la giustizia. E, nel frattempo, costruiamo il Regno. A piccoli passi possibili, direbbe Chiara Corbella.

Un poโ€™ come chi ha seminato lโ€™orto e aspetta che il seme germogli e porti frutto.

Capaci di leggere il presente, costruendo il futuro.

La Liturgia, chiusa la lunga parentesi iniziata con la quaresima e finita quindici giorni fa con il Corpus Domini, si sostiene in questo discernimento: Marco ci regala una piccola parabola, una similitudine, un paragone, che solo lui riporta.

Tre piccoli versetti da mandare a memoria e da usare quando ci lasciamo prendere dallโ€™ansia da prestazione (cristiana). Un potente ansiolitico interiore.

รˆ il regno che viene, non sono gli uomini a farlo venire.

Non siamo unโ€™azienda, siamo solo dei discepoli sgarrupati, che Dio rende essenziali.

Quindi: restiamo sereni. Keep calm. Soprattutto ora.

La falce

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La piccola similitudine รจ divisa in tre parti e ha due protagonisti: il contadino e il seme.

Il primo compare allโ€™inizio e alla fine e, volutamente, Marco ne sottolinea il ruolo assolutamente marginale e compie due sole azioni: getta il seme e manda (getta?) la falce.

Interessante: non semina ma getta il seme, come ad indicare unโ€™azione non prevista, un campo non adibito alla semina, una scelta non pianificata, come a dire: getta il seme della Parola ovunque ti trovi, ogni luogo รจ da fecondare! E la seconda affermazione รจ ancora piรน curiosa, una specie di errore grammaticale: letteralmente Marco scrive, in greco, che il contadino manda la falce, non va nemmeno a falciare, qualcun altro, la falce!, se ne occupa.

Sappiamo che non รจ cosรฌ semplice. Sappiamo che il terreno va accudito, irrigato, disinfestato dalle erbacceโ€ฆ ma il racconto vuole rimarcare la forza intrinseca del seme e lโ€™apparente marginalitร  del seminatore.

Il secondo citato, il seme, รจ il vero protagonista del brano: mentre lโ€™uomo dorme, lui germoglia, cresce, porta frutto. Gesรน descrive quasi plasticamente la lenta azione del seme che buca la terra, si fa germoglio, cresce, si gonfia e si dona nel frutto. 

Il contadino รจ inattivo, il seme no.

Al punto che, alla fine, รจ il frutto che stabilisce lโ€™ora della mietitura. Letteralmente Marco scrive appena il frutto lo consente. Lโ€™uomo non fa, ma accoglie. E deve accogliere in fretta, subito

รˆ il frutto che fa tutto.

Il contadino non sa nemmeno come ciรฒ avvenga, non se ne occupa, non ha il potere del controllo.

Fuor di metafora

Gesรน, totalmente uomo, si interroga su quanto sta accadendo, sulla sua strategia pastorale. Determinato nel continuare la sua missione, si interroga sulle difficoltร  che incontra.

E dice a se stesso, ai suoi discepoli, a noi, una cosa molto semplice: il regno di Dio รจ, appunto, di Dio. Non nostro. Ha una sua logica, una sua tempistica, una sua dinamica che, spesso, ignoriamo.

Come accade col seme.

La Parola seminata agisce anche se non ce ne accorgiamo. Ha tempi lunghi, certo, diversi dai nostri, ma agisce con forza e costanza. A noi rimane il compito di gettare il seme e di coglierne il frutto, subito, appena questi matura.

Gesรน chiede di passare dalla logica dellโ€™efficienza a quella dellโ€™accoglienza.

Ahia.

Quante inutili ansie portiamo nel cuore! Proprio noi cristiani, noi discepoli che dovremmo, almeno un poโ€™, fidarci di Dio e della sua Parola!

Il ragionamento di Gesรน รจ semplice ed efficace: il regno รจ di Dio, tu, assecondalo.

O, in altre parole, come ripeto spesso, fra il serio e il faceto: il mondo รจ giร  salvo, non lo devi salvare tu. Il mondo รจ giร  salvo, รจ che non lo sa. 

Vuoi fare qualcosa? Vivi da salvato.

Per noi, oggi                

Questa logica evangelica dellโ€™attesa, della fiducia, caratterizza (o dovrebbe) la nostra vita comunitaria, ma anche la nostra vita interiore. La stessa pazienza che il Signore chiede nel lasciar agire il regno, la stessa fiducia che chiede di avere nella potenza della Parola, la dobbiamo avere verso noi stessi e i nostri percorsi di vita.

Come il terreno, cioรจ il nostro intimo, accoglie e fa crescere il seme รจ un mistero: inutile cercare di accelerarlo, inutile cercare di manipolarlo, รจ una questione fra Dio e lโ€™anima, un evento intangibile nella coscienza del discepolo (cfr. Ap 3,20).

Il granello di senape 

Ancora riflette, il Maestro, ed introduce lโ€™ultimo enigma con una doppia domanda, come era in uso nei dialoghi dei rabbini per coinvolgere lโ€™uditorio.

La parabola parla di una mutazione, di un cambiamento, di una evoluzione.

Perchรฉ quando si parla di Dio tutto si trasforma. รˆ dinamico Dio, sempre piรน avanti di quanto di lui riusciamo a cogliere.

Usa questa splendida immagine servendosi con forza di un contrasto, che รจ il cuore della parabola.

Il protagonista della parabola รจ ancora il seme: a lui sono riferiti i verbi. รˆ seminato, sale su, diventa un ortaggio, ramifica.

Ma al Signore piace giocare con gli opposti: il piรน piccolo dei semi diventa il piรน grande degli ortaggi, un vero albero, con grandi rami.

Ha ragione: il seme della senape, anche se non รจ il piรน piccolo in natura, come affermato, รจ comunque minuscolo: misura appena un millimetro di grandezza. Ma, sulle sponde del lago di Tiberiade, puรฒ crescere fino a raggiungere i tre metri di altezza.

Spettacolare.

La logica del regno

La Parola di Dio ha una sua efficacia, il seme germoglia e porta frutto, cosรฌ lโ€™annuncio del regno che avanza anche se non sappiamo bene come. Ma รจ una logica diversa da quella che ci immaginiamo. Parte dal poco, allโ€™inizio รจ insignificante, piccolo come un granello di senape.

Ha un suo inizio e una sua progressione.

Gesรน non parla di trionfalismi, non immagina grandi successi delle chiese, come a volte รจ stato interpretato goffamente questo testo, non sogna improbabili finali trionfanti da film.

Indica lโ€™atteggiamento con cui annunciare il regno e la logica che lo accompagna: nelle piccole cose, nellโ€™umiltร  (che non รจ la depressione dei credenti ma la consapevolezza feconda del limite), dellโ€™insignificanza dei gesti si cela la grandezza del regno.

E la chiamano estate.

Lasciamo fare a Dio. Lasciamoci fare. รˆ tempo.

***

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