Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 3 Maggio 2020

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Per comprendere il senso delle parole del capitolo 10 di San Giovanni, dobbiamo richiamare alla mente un particolare spaziale e architettonico del tempio all’epoca di Gesù. Una delle porte che conducevano nel cortile interno del tempio di Gerusalemme, infatti, si chiamava proprio “Porta delle pecore” e attraverso di essa venivano introdotte le pecore da offrire in sacrificio a Dio. Gesù, con diverse immagini che si intrecciano presenta sè stesso come la “porta”, per dire che è Lui a permettere il vero ingresso nell’ambito sacro, nel mondo di Dio.

Nel senso comune l’immagine della porta rievoca un modo di comunicazione e di comunione, la possibilità di entrare ed uscire, il contatto aperto fra due realtà distinte. Gesù è proprio questo pontifex, costruttore di ponti, tra l’uomo e Dio, il Mediatore, Colui che incarnandosi e offrendosi nel sacrificio pasquale ha aperto una via. La lettera agli Ebrei ci ricorda: “Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura” (Eb 10,19-22).

Entrare attraverso Cristo, abilita ad essere pastori delle pecore. Gesù stesso, qualche versetto più avanti, si definirà il “bel pastore”. Quindi, viene spontaneo chiedersi: Gesù, allora, è la porta o il pastore? Evidentemente le immagini vanno sovrapponendosi. Esse non possono essere decodificate applicando il principio logico di non contraddizione: se A è A, non può essere B. In Cristo, vero Dio e vero uomo, A e B, possono coincidere! Non dimentichiamolo, Egli è alfa e omega, principio e fine (cfr. Ap 22,13). Queste immagini, allora, ci vengono presentate come diversi raggi di luce sul mistero unico e sempre eccedente della sua Persona. Che vuol dire essere pastori delle pecore? Gesù sta parlando soltanto di coloro che nella comunità cristiana hanno un ruolo di guida e responsabilità in senso gerarchico (Papa, Vescovi, sacerdoti, guide di comunità)? Evidentemente no! Ogni uomo e – a maggior ragione ogni cristiano – è chiamato a sentire questa responsabilità pastorale sugli altri: una mamma, un papà, un fratello o una sorella maggiore, un datore di lavoro, un insegnante, un politico, un medico, un infermiere, un militare, etc etc.

Tutti nella nostra vita abbiamo qualcuno accanto verso cui esercitare cura e accompagnamento con amore e dedizione, proprio come noi stessi li riceviamo a nostra volta. Tutti dunque siamo pecore, oggetto delle cure di Cristo Buon Pastore, ma siamo anche pastori dei nostri fratelli, secondo la specificità della vocazione ricevuta. Entrando attraverso Cristo, con il suo cuore aperto verso tutto e tutti, saremo capaci di esercitare questa cura nei riguardi dei nostri fratelli, che potranno trovare sicurezza e vita. Altrimenti, seguendo altre strade diverse da quella di Cristo, pur riuscendo ad usurpare il gregge, saremmo ladri e briganti, che cercano solamente il proprio interesse e tornaconto personale, a scapito del bene altrui. Due motivazioni diverse e opposte possono nascondersi nel nostro modo di prenderci cura degli altri: quella dell’amore vero, che trova in Cristo la sua fonte e il suo modello, oppure quella dell’egoismo, che vede negli altri oggetti di cui servirsi, possedendoli e opprimendoli. Io da che parte sto?


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