Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 26 Luglio 2020

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La liturgia della domenica ci consegna oggi altre tre brevi parabole del capitolo 13 di Matteo. La prima descrive l’immagine del tesoro nascosto in un campo. Il regno di Dio, cioè, è qualcosa di prezioso, di abbondante e di nascosto. Per poter beneficiare della sua ricchezza e abbondanza, bisogna cercare bene e prendere le giuste decisioni. Una volta trovato si deve fare attenzione a non perderlo.

Per questo chi lo trova, lo nasconde di nuovo, volendo essere sicuro che nessuno glielo sottragga! Niente, come quel tesoro, può donare una gioia più vera. Niente di ciò che è umano vale la gioia di possedere quel tesoro, per questo soltanto chi è disposto a dare via tutto, per questo Tutto, può veramente trarne giovamento. La seconda parabola ci dona un’altra immagine complementare alla prima. Il regno di Dio è sempre frutto di ricerca, richiede lo sforzo di chi – come un mercante di perle – sa cercare con pazienza e costanza finché il suo sguardo non è colpito da una perla di grande valore, che nella confusione di un bazar, in mezzo a tante altre perle, non è sufficientemente stimata e apprezzata. Il suo occhio acuto lo porta a riconoscerla, a investire tutto ciò che ha, per poter fare l’acquisto decisivo della sua vita.

Il regno di Dio, in altre parole, richiede uno sguardo fine e acuto, di chi sa riconoscere la vera bellezza di Dio in mezzo al luccichio fuorviante della mondanità. Metaforicamente potremmo dire che nel mondo ci sono tante cose che brillano, ma solo il regno di Dio luccica davvero! L’invito è quello di non lasciarsi attrarre dalle cose illusorie di questo mondo, ma di saper investire sulla vera bellezza, quella di Dio e del suo amore infinito, che spesso rimane nascosta ai più. La terza parabola, poi, ci porta nel mondo dei pescatori. Era tipico dei pescatori di Galilea raccogliere tutto il pesce che potevano nella rete e a fine giornata dividere i pesci buoni dai pesci cattivi. Il criterio di questa cernita era dato dalla legge levitica: gli ebrei potevano mangiare soltanto i pesci puri, quelli con pinne e squame (cfr. Lv 11, 9-10).

Le creature acquatiche che non avevano queste caratteristiche non potevano giungere sulla tavola degli israeliti. Gesù presenta un messaggio omologo a quello di domenica scorsa sul grano e la zizzania che crescono insieme fino alla mietitura. Anche i pesci buoni e cattivi, infatti, devono convivere nella medesima rete fino alla fine dei tempi, quando avverrà la distinzione definitiva. È il mistero della storia, della Chiesa e dell’animo umano: vi convivono il bene e il male, fino al momento finale del giudizio. Dio però ci rende consapevoli già in anticipo di quale sarà la sorte del bene e del male. Finché siamo in cammino, abbiamo sempre tempo di porvi rimedio.

Infine, dopo aver chiesto ai discepoli se avevano compreso, Gesù consegna l’immagine finale dello scriba che, divenuto discepolo del regno, sa estrarre dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Gli studiosi dicono che è una sorta di riferimento autobiografico di Matteo: pubblicano ben istruito nella religione giudaica (come uno scriba), che dopo aver incontrato Gesù, impara a discernere nella sua vita ciò che è bene da ciò che è male. Quale grazia più grande ci sarebbe da chiedere a Dio se non quella di avere questa saggezza?