Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 2 Agosto 2020

106

Il particolare iniziale con cui si apre il brano evangelico di questa domenica non è secondario: Gesù, dopo aver appreso la triste notizia della morte di Giovanni Battista, si ritira in disparte, esce temporaneamente di scena. Sono tanti i momenti riportati nelle pagine dei Vangeli, in cui Gesù si ritira in preghiera, lontano dagli sguardi delle folle, per entrare nel dialogo profondo con il Padre. Si tratta di quei momenti di silenzio e di ascolto, che gli danno la forza per proseguire la sua missione nel mondo.

Spesso, in questi momenti in cui si sottrae alle folle, Gesù rielabora nella preghiera eventi, storie, volti, difficoltà. Non deve essere stato facile per Lui sapere che il suo precursore era stato barbaramente ucciso. Questo doveva richiamare in Lui la consapevolezza che, a breve, sarebbe toccato anche a Lui! Per accettare questa “sorte”, quindi, aveva bisogno di silenzio e dialogo rinnovato con suo Padre. Il silenzio di Gesù, da cui tutti noi dovremmo imparare molto, cercando spazi di “ritiro” dal rumore e dal disordine della quotidianità, è in forte contrasto con il vociare della folla che lo cerca e lo segue.

Con la “ricarica” della preghiera, Gesù incontra la folla e ne sente compassione, le sue viscere sono mosse dalla misericordia (si usa lo stesso verbo greco con cui è descritto l’atteggiamento del Padre che vede tornare il figlio nella famosa parabola di Luca 15). La preghiera dà a Gesù uno sguardo profondo, fa emergere il modo in cui Dio stesso guarda all’umanità, sempre bisognosa di amore, misericordia, perdono e cura. Gesù non si sottrae ad offrire questi doni in abbondanza, sempre! Alla fine della giornata, i discepoli con un atteggiamento e una visione diversa da quella del Maestro, gli fanno capire che per quel giorno poteva essere abbastanza: aveva già fatto troppo, adesso era tempo di congedare la folla, perché ciascuno andasse a procurarsi da mangiare.

Gesù, come fa spesso, li spiazza: loro stessi dovranno procurare il cibo alla folla! Gesù vuole coinvolgere sempre di nuovo anche i suoi discepoli nel suo sguardo amorevole sulle folle. Come Lui, i discepoli devono sentirsi coinvolti in prima persona in questi bisogni dell’umanità. Loro sono chiamati a stare con Gesù e condividerne lo sguardo e le attenzioni verso i bisogni degli uomini. Nel nostro seguire Gesù ed essere suoi discepoli, dovremmo sempre chiederci se avvertiamo veramente anche in noi questa chiamata a condividere la sua attenzione e cura per i fratelli. I discepoli, di fronte a questa provocazione, denunciano la loro inadeguatezza dovuta alla mancanza di mezzi. Da soli, con il poco che possiedono, non possono farcela. Gesù li invita a mettersi in gioco e a portare a Lui il poco, perché possa diventare molto.

Sta in questo il miracolo sempre attuale di Gesù nella nostra vita: trasformare con la potenza della sua presenza e della sua grazia il “poco” che siamo e che possediamo in quel “molto”, che supera abbondantemente i bisogni nostri e quelli degli altri. Affinchè Gesù, come in quella serata nel deserto, possa compiere il miracolo dell’abbondanza, ci sono sempre due rischi da evitare: quello di defilarsi elegantemente dalle situazioni, dicendo “ho già fatto abbastanza… che ci pensino altri!” e, dall’altra parte, quello di confidare solo nelle proprie forze: “se non ho i mezzi sufficienti, non posso far nulla…“.

In entrambi i casi si tratta di valutazioni troppo umane: da una parte quella di chi fa prevalere la propria comodità e immobilismo, dall’altra quella di chi confida sull’onnipotenza dei mezzi. Cristo, in questo episodio della moltiplicazione di pani e dei pesci, ci insegna a metterci sempre seriamente in gioco di fronte ai bisogni degli altri, senza demandare ad altri o rimandare ad un domani indefinito e a confidare totalmente nella forza della sua grazia, la sola che può trasformare sempre la pochezza dei nostri mezzi nell’abbondanza del suo amore viscerale per l’umanità.