Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 19 Aprile 2020

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L’immagine delle porte chiuse del luogo dove si trovavano i discepoli, oltre ad essere un dettaglio di natura logistica e spaziale, rievoca qualcosa di molto più profondo, invitandoci a riflettere su quelle chiusure del cuore che tante volte sono presenti anche in noi. Il tempo dell’incertezza, della prova, dell’abbandono, delle speranze deluse, delle paure, proprio come fu per i discepoli dopo la “dipartita” del Maestro, possono portare a momenti di sconforto e di blocco. Soltanto l’incontro rinnovato con Cristo Risorto e vittorioso sul peccato e sulla morte, l’unico capace di poter penetrare anche le porte chiuse, sia fisiche, sia spirituali, della nostra vita, può rinnovare la gioia.

La ricerca di questa gioia, che ogni uomo vorrebbe in sè, spesso non trova il suo compimento, perchè non coincide con la ricerca del volto del Signore. Sebbene possiamo riempire le nostre giornate di tante cose, di tante occupazioni e di tanti incontri, c’è sempre il rischio di sentire  il peso del vuoto e la frustrazione di un desiderio non compiuto. Quando però si sperimenta l’irruzione di questa luce pasquale in noi, che si manifesta nella pace del cuore, ossia in quel senso di completezza, di amore e di speranza, si crea in noi un movimento “contagioso”, che ci porta ad uscire da noi stessi, ad aprirci agli altri, col desiderio che anche loro possano fare la nostra stessa esperienza. Un po’ come i primi discepoli, che attratti dal fascino luminoso di Cristo, vogliono sapere dove abita, per entrare nella sua vita e fermarsi con Lui.

La risposta di Gesú, con quel “venite e vedrete” (Gv 1,39) dovrebbe essere il programma della nostra testimonianza cristiana! Entrando nella spirale della gioia pasquale visibile in noi, altri uomini e donne dovrebbero sentire il desiderio di venire e vedere! Questa rinascita della gioia, poi, passa attraverso due altri doni che il Risorto fa alla sua Chiesa: quello dello Spirito Santo, “il dito della mano di Dio” (dall’Inno Veni Creator), con il quale Egli continua a toccarci e ricrearci e quello del perdono dei peccati. La domenica dell’Ottava di Pasqua, da alcuni anni, per volere di San Giovanni Paolo II, è dedicata alla Divina Misericordia.

Questi tre elementi: la fede pasquale, di cui è emblema Tommaso, lo Spirito, effuso sugli Apostoli dal Risorto e il perdono dei peccati, che dovranno offrire a tutti i popoli, si intrecciano in questa domenica, come tessere di un mosaico luminoso. Scardinando le chiusure del nostro cuore, cosa fa Gesù, se non ricrearci, rinnovarci interiormente attraverso il miracolo del suo perdono senza limiti? Il compianto Card. Carlo Maria Martini ci ricorda: “Il tema della misericordia […] è un tema nodale della Chiesa. La Chiesa deve far sentire né la strapotenza, né la capacitá organizzativa, né la capacitá economica, ma la misericordia. È chiaro che questa misericordia non è a poco prezzo. È una misericordia che veramente ci rinnova e ci riabilita, una misericordia che ci ricrea interiormente” (C. M. Martini, Le ali della libertá. L’uomo in ricerca e la scelta della fede, PIEMME, 2009).

Per lasciarsi ricreare da questa Misericordia senza limiti, però, è necessario anzitutto sentirne la necessità, riconoscendo umilmente e con onestá la propria fragilitá, i propri errori e il proprio peccato. Accanto a questo, poi, bisogna desiderare questa rinascita spirituale con tutte le proprie forze, accogliendo l’invito di Paolo ai Corinzi: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20)!


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