don Antonino Sgrò – Commento al Vangelo di domenica 25 Aprile 2021

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Testo tratto (per gentile concessione dell’autore) dal libro “Parole che si vedono. Commenti ai Vangeli della Domenica dell’Anno B” disponibile presso:
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4a Domenica di Pasqua

Il buon pastore c’è sempre stato

Una delle accuse più brucianti che un pastore possa sentirsi rivolgere da un fedele è: ‘Tu per me non ci sei stato’. Un’espressione così amara rivela il bisogno di prossimità, aiuto, conforto che la persona si aspettava dal sacerdote e che per distrazione, incapacità o colpevolezza l’uomo di Dio non ha saputo donare. Il più delle volte, se non è mai venuta meno la retta intenzione di fare il bene, il Signore permette che quella relazione si recuperi e rinvigorisca; se invece il pastore ha mancato a causa di una sensibilità egoista, incidenti di questo genere denotano la necessità di una radicale conversione del cuore e la maturazione di una più profonda carità pastorale.

Abbiamo bisogno di sapere se il pastore c’è per decidere se possiamo fidarci completamente di Lui o facciamo meglio a seguire le nostre intuizioni. Cristo, per dirci che c’è sempre stato e ci sarà sempre, offre una delle più chiare definizioni della propria identità: Egli è il buon pastore. L’immagine era molto nota agli Ebrei, soprattutto per le accuse che i profeti rivolgevano alle guide del popolo che, invece di spendersi per il bene dei fratelli, li sfruttavano preferendo pascolare se stessi. Gesù si distingue da tali mercenari perché «dà la propria vita per le pecore». Cosa lo rende capace di una fedeltà al gregge fino al dono della vita? Spesso crediamo che la risposta sia scontata: Gesù è Dio; Dio è amore e l’amore dà la vita. Se nell’ordine logico questi passaggi sono incontrovertibili, l’amore per le pecore, nella coscienza umana di Gesù, si è nutrito della conoscenza concreta di ciascuna di esse. Scoprire che siamo conosciuti e amati da Dio nei nostri desideri più alti e nei pensieri inconfessabili, nelle opere ben riuscite e nei fallimenti brucianti, ci fa sentire addosso la sua protezione e ci apre all’aspirazione di conoscerlo a nostra volta. Io voglio sapere tutto di chi per me affronta il nemico! Il lupo sono tutte le realtà che possono allontanare l’uomo dalla fede, ‘rapendo’ in tal modo la sua parte migliore, che è quella consegnata a Dio, l’unica che avrà la certezza di dare frutti di vita. Dinanzi all’azione dell’avversario, il mercenario non è in grado di difenderti, perché ha il cuore rivolto a sé e alla propria sopravvivenza, non a te e alla tua incolumità. Non c’è dolore più grande di questo: sentire di non essere amato per quello che sei, scoprire che l’altro ti è stato accanto solo per convenienza e che, in realtà, non gli importa nulla di te. È qualcosa che ti segna al punto che ogni altra relazione sarà inficiata da una certa insicurezza.

Il Vangelo però scardina questa logica. Quale meraviglia, quale gioia si sprigiona nel cuore quando sai che c’è qualcuno per cui tu sei prezioso e che non ti abbandona mai! Questo cambia tutto. Essere amato così spinge ad amare il prossimo allo stesso modo. L’origine di tale ininterrotta catena d’amore sta nella conoscenza e nell’amore reciproci tra il Padre e il Figlio. Gesù trasferisce la potenza d’amore di quella relazione al rapporto con ciascuno di noi; il Padre, che gli ha dato il comando di offrire la vita, si compiace della dedizione del Figlio e ci ama per mezzo di Lui.

L’affezione per il gregge si estende oltre il recinto di Israele, perché Gesù avverte l’urgenza di guidare ogni creatura. Cosa è richiesto alle pecore? Ascoltare la voce del pastore. Tra tante voci che si sovrappongono, esse sanno riconoscere l’unica a loro familiare, che ha un timbro particolare e che hanno imparato a distinguere perché è quella che c’è sempre stata fin da quando sono venute al mondo. Questo pastore c’è sempre stato! Ecco perché è degno di essere seguito e il frutto di tale sequela sarà l’unità, «un solo gregge, un solo pastore». Cristo mi restituisce ai miei fratelli; il lupo invece ci disperde dal centro vitale che è la comunità di fede, rendendoci isolati e prigionieri di noi stessi, perché il peccato ci allontana gli uni dagli altri, facendoci diventare sospettosi e aggressivi col prossimo.

Perché oggi tante pecore non si lasciano trovare e pascolare? Anche molti battezzati sembrano mal tollerare che il buon pastore cammini innanzi e indichi la strada, in quanto prevale il mito di una falsa autonomia. Cosa può portarci a fidarci totalmente di Lui? L’espressione più ricorrente in questo vangelo è ‘offrire la vita’: contemplare la ferita sempre aperta nel costato di Cristo ci convincerà quanto al suo amore e potrà suscitare la nostra risposta amorevole. Si può anche rifiutare l’amore, ma ciò significherebbe rinunciare alla gioia autentica e duratura.

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