Commento al Vangelo di domenica 30 Gennaio 2022 – Paolo Curtaz

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Il commento al Vangelo di domenica 30 gennaio 2022 – Anno C, a cura di Paolo Curtaz. Qui di seguito il testo ed il video.

Partire

Basta poco. Un attimo. Un istante.

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Un moto improvviso. Parole che fanno cambiare l’umore.

Si sono entusiasmati, gli abitanti di Nazareth. Sono meravigliati del figlio del loro piccolo paese, del figlio del falegname.

Ora lo vogliono uccidere, furenti d’ira.

Lì, nella sinagoga, hanno ascoltato la profezia di Isaia.

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E hanno sentito la determinazione con cui Gesù ha affermato che quella profezia si sta realizzando, qui e ora, nell’oggi perenne di Dio.

È magnifico. 

Allora, chiedono, se la profezia è compiuta, se la buona notizia della presenza di Dio è giunta, se i ciechi vedono e i prigionieri vengono liberati, che Gesù ripeta i prodigi che ha compiuto a Cafarnao.

Facci un miracolo. Così crederemo alla profezia.

Ma Gesù argomenta, ragiona: no, non potete limitare la grazia dell’annuncio al nostro piccolo paese. Non potete impossessarvi della profezia. Non potete chiudere Dio nella vostra sinagoga.

Guardate Elia. Guardata Eliseo. 

Profeti immensi che hanno sostenuto la fede di stranieri, di pagani, di disperati come la vedova di Zarepta sfinita dalla fame eppure disposta ad accogliere in casa Elia, o Naaman il siro, potente e ricco che accetta le indicazioni di Eliseo che neppure lo riceve, per essere guarito dalla lebbra.

Loro hanno creduto senza aspettare un miracolo.

E la loro fede ha suscitato un miracolo.

Apriti cielo!

Link al video

Parole pesanti

Non va bene, Signore, andiamo, non essere ingenuo.

Nessuno di noi ama la verità. Soprattutto quando ci inchioda all’angolo, quando, birichina, mette in luce tutte le nostre contraddizioni. 

Nessuno di noi desidera, seriamente, di mettersi in discussione.

Se qualcuno ci fa notare qualcosa che non funziona, invece di guardare la luna che indica, ci fermiamo al dito. E critichiamo. La persona che ci richiama è peggiore di noi, a che titolo parla, chi si crede di essere?

E questo accade, purtroppo, anche nella Chiesa, e sempre di più in un’Italia incattivita e spaventata (sì, incattivita, lasciatemelo dire, altro che ne usciremo migliori!) in cui tutto viene sempre portato al litigio, e i toni sono inutilmente rissosi, e le partigianerie diventano furenti.

Gesù richiama i suoi concittadini, e noi, ad una verità assoluta: la fede non nasce dai miracoli e Dio non lo puoi chiudere in sinagoga, nella tua sinagoga, e la profezia arriva nel quotidiano, proprio da chi hai accanto, come Gesù.

E dobbiamo ammetterlo: come Chiesa abbiamo dilapidato il tesoro della profezia.

Fatichiamo a riconoscere i profeti. E ad essere i profeti.

Troppo impegnati a criticarci gli uni gli altri, anche noi inutilmente partigiani.

Chi si schiera col Papa di adesso, con quello di prima. Chi per una Chiesa severa, chi per una accogliente. Chi per Paolo, chi per Cefa, chi per Apollo (1Cor 3)…

E, invece, il Maestro ci chiede di essere come lui.

Di fare della fede, della speranza e della carità, come ci ha ricordato san Paolo, i pilastri della nostra predicazione, della nostra vita, della nostra profezia.

Non è un tempo per cristiani deboli, il nostro. È tempo per cristiani innamorati. E accesi.

Autentici, se non proprio coerenti. Cercatori. Feriti guariti capaci di indicare il medico che ci ha salvati e sanati nel profondo.

Forse un’indicazione per nostra Chiesa in cammino sinodale?

Muro di bronzo

Come quando Geremia si è trovato a custodire la fede in un momento di enorme sbandamento, di perdita della fede e dell’identità. Intendiamoci: allora, come forse accade oggi, l’apparenza era salva. Stuoli di profeti di corte applaudivano al re di Israele che giocava a fare della sua microscopica nazione una grande potenza e Geremia, solo, irriso, dileggiato, perseguitato, era l’unico a parlare con verità.

Non amava fare il profeta, Geremia.

Né lo aveva chiesto.

Ma ci si era trovato, seguendo la bellezza di Dio, lasciandosi sedurre.

E Dio non gli aveva promesso una vita semplificata, anzi.

Ma di farlo diventare un muro di bronzo. Per non cedere.

Senza diventare dei fanatici, senza ergere barriere, siamo chiamati a conservare la purezza della fede così come ce l’hanno trasmessa gli apostoli. Siamo chiamati a credere nel dialogo, nella profezia, nella visione salvifica della vita.

Hai deciso di darmi salvezza, abbiamo cantato nel salmo.

Sì, Dio salva. È tempo di ricordarlo al nostro mondo. Con fermezza.

Si mise in cammino

La conclusione del brano del vangelo è straordinaria.

Gesù, condotto sul ciglio del paese per essere lanciato nel vuoto, si gira, passa in mezzo ai suoi concittadini minacciosi, e tira diritto per la sua strada. 

Scrive Luca: si mise in cammino.

Un cammino, nel suo vangelo, che durerà per venti capitoli, fino a Gerusalemme, fino al Golgota.

Se vogliamo essere discepoli del Maestro, prepariamoci a qualche incomprensione, a qualche scontro, a qualche scelta dolorosa.

Davanti all’incomprensione Gesù non si chiude in se stesso, non discute, non litiga, ma si mette in cammino. Tira diritto per la sua strada. Cerca, indaga, esplora, percorre nuove vie.

Il discepolato, la sequela, a volte nasce da una contrapposizione, da un superamento, da un percorso innovativo.

 

È tempo di riconoscere i profeti. E di ascoltarli.

È tempo di tornare ad essere profeti.

Sappiatevi amati.

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