Commento al Vangelo di domenica 29 Settembre 2019 – d. Giacomo Falco Brini

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Per il vangelo di domenica scorsa la nostra vita è una roba troppo grande per saperla amministrare bene e da soli. Meglio accettare la realtà di essere tutti amministratori disonesti (chi più e chi meno, questo solo Dio lo sa). Oppure, uscendo da quella parabola per entrare in un’altra, di essere tutti gente insolvente nei propri debiti; che ha però tra le mani la capacità di vivere felice, facendo come l’unico grande creditore di tutti: condonando ai propri debitori (cfr. Mt 18,21-35). Il nostro vivere così, fa felice anche Lui! (cfr. Lc 15). Se uno ci crede, allora colloca il baricentro della sua fede su un punto saldo. E comprende l’invito del Signore Gesù a farsi degli amici con la disonesta ricchezza, in modo che da essi riceva il lasciapassare per l’eternità beata (Lc 16,9). La serietà di questo invito viene ribadita dalla parabola di oggi: restargli indifferente fa correre il rischio di ben altra eternità; quella infelice di chi, intrappolato nel suo attaccamento alle ricchezze, non ha creduto all’esortazione di Gesù.

Il primo quadro del vangelo (Lc 16,19-21) ci comunica la triste realtà di un ricco che apparentemente gode della vita alla tavola delle sue ricchezze e di un povero che soffre ingiustamente perché non può nemmeno riceverne le briciole. La ottusità di chi ancora oggi nega questa evidenza universale, è la migliore spiegazione del versetto che sottolinea la compassione dei cani verso le piaghe di Lazzaro, ma non del ricco. Chi non vede alla sua porta, cioè “alla sua portata” un uomo ridotto così, è uno diventato insensibile alla fame di pane e di amore di tantissimi uomini. Nessuna compassione. L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono (Sal 48,13). È la cosa peggiore che ci possa capitare: la perdita della nostra umanità per l’avidità delle ricchezze e per la sicurezza che in esse si ripone, così come progettava di vivere lo stolto possidente di un altro racconto (cfr. Lc 12,16-21).

Ma l’inganno ha gli anni, le ore o i minuti contati. La sua fine arriva con la morte, nostra comune sorte. È il secondo quadro del vangelo: sembrava che Lazzaro non fosse nessuno, invece era persona notissima nei cieli, uno degno dell’amicizia con Dio ed i suoi amici! (Lc 16,22-26) Non ci è detto perché in vita Lazzaro si fosse ridotto in quelle condizioni. Non ci è detto se credeva in Dio, se pregasse, insomma se fosse uomo moralmente retto e religioso. Teresa di Calcutta si diceva sicura che gli innumerevoli poveri in cui si imbatteva, fossero già in Paradiso su questa terra. Il ricco invece viene a trovarsi negli inferi tra i tormenti. Il post-mortem è il capovolgimento della storia: chi ha riposto il suo cuore nella ricchezza, trova in essa la sua tomba definitiva. Non ha ascoltato l’invito a farsi amici con essa, questa è venuta a mancare rivelandosi per ciò che è: non mantiene nulla di ciò che promette. Soltanto ora, dopo la morte, costui vorrebbe farsi amico chi non aveva nemmeno degnato di uno sguardo! Ma questo non è più possibile, la voce autorevole di Abramo conferma (Lc 16,26). Gli occhi sui poveri vanno aperti prima della morte, non dopo, per scoprire chi sono essi veramente: gli agenti emissari di Dio, sotto copertura di piaghe!

Giunti al terzo quadro (Lc 16,27-31), tiriamo qualche somma del messaggio evangelico. Con la morte finisce il tempo utile per pregare e usare misericordia ai poveri sofferenti che incrociamo. Il racconto non intende essere a priori una condanna dei ricchi e una esaltazione dei poveri. Qualche capitolo più avanti vediamo come il ricco Zaccheo accoglie la salvezza in casa sua (cfr. Lc 19, 1ss.): è la migliore icona di chi si lascia raggiungere e salvare la vita dalla parola di Dio. Egli ama anche l’uomo ricco, ma non può rinnegare la sua Alleanza fondata da sempre sull’amore al povero e la giustizia da rendergli. Il ricco trova subito l’amicizia di Dio quando agisce concretamente in questa direzione. Ecco perché nella parabola, all’insistenza del dannato di avvertire i suoi fratelli inviandogli Lazzaro, Abramo replica: se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno ritornasse dai morti. Ironia del vangelo, Gesù fece davvero ritornare uno dai morti. Si chiamava pure lui Lazzaro. Ma i potenti capi religiosi, anziché convertirsi davanti a questo fatto, decretarono di ucciderlo di nuovo insieme a Gesù (Gv 12,9-11). Nel tempo che ci è concesso, ci saranno sempre tanti Lazzaro inviati alle nostre porte. Chi si prende cura di loro, si prende cura di Dio. Il vero problema è riconoscere in loro il volto di Cristo e il principio del paradiso. Chi crede alla sua Parola non ha bisogno di messaggeri dall’oltretomba, perché crede che gli inviati divini sono sulla terra.

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