Il vangelo di oggi, pagina splendida che ritroviamo solo in Matteo, chiude il discorso escatologico, iniziato al capitolo precedente.

In un contesto di “attesa prossima” in cui viene vivificata l’esortazione alla fedeltà (Mt 24, 45-51) e alla vigilanza (Mt 25, 1-13) e rinnovato l’invito ad aderire con fiducia all’amore senza calcoli e senza paura (Mt 25, 14-30), ci viene presentato il giudizio finale.

Si tratta di una descrizione fortemente suggestiva, tipica del genere apocalittico della tradizione giudaica.

Questa domenica, ultima dell’anno liturgico, fa da cerniera tra la fine e l’inizio, in quanto chiude un cammino e ne apre un altro (Avvento), sempre alla sequela di Cristo, in ubbidienza e fedeltà ad una Parola che è buona e gioiosa notizia per tutti.

Il giudizio è infatti universale (v. 32 “saranno riuniti davanti a lui tutti i popoli”): le porte del Regno sono spalancate a tutti gli uomini che hanno accolto il dono della vita per farsi dono agli altri e non importerà l’appartenenza a questo o quel gruppo religioso, per questo il brano insiste sulla sorpresa. Ma al tempo stesso il giudizio è personale (v. 32 “egli separerà gli uni dagli altri”): solo Dio conosce la verità e la speranza custodita da ogni uomo.

Anche se siamo di fronte ad una sentenza nelle parole di Cristo non vi è alcuna condanna (v.46 “E se ne andranno…”), si tratta infatti della constatazione delle scelte fatte liberamente e consapevolmente da ciascuno, nel tempo disteso della vita.

Il brano è un ammonimento per i discepoli: alla fine dei tempi ci sarà il giudizio, perché esso dà senso alla storia, alle nostre azioni e restituisce dignità e giustizia agli ultimi e alle vittime dell’egoismo dell’uomo. Il giudizio ristabilirà la giustizia di Dio, pensata sin dall’inizio e verso la quale tutta la creazione tende (v. 34). Solo il giudice-re può separare ciò che a noi è proibito (Mt 13, 24-30) e come nell’in-principio Dio ha separato per orientare la creazione alla pienezza feconda, alla fine dei tempi, Cristo separerà uomo da uomo, e in ogni uomo, il bene dal male, perché finalmente quella pienezza di vita sia definitiva.

Questo brano, insieme alle beatitudini, poste all’inizio del ministero pubblico di Gesù, costituisce una cornice entro la quale si colloca il senso profondo dell’insegnamento cristiano. Non principi etici o questioni teologiche, ma prassi d’amore, disponibilità all’incontro con l’altro, capacità di vedere, toccare, accogliere la fragilità e la debolezza, perché è la fraternità il vincolo che unisce tutti gli uomini, a partire da Gesù “fratello primogenito” (Rm 8, 29), che donandoci l’amore del Padre, ci ha immesso in una rete di grazia, affinché la nostra esistenza sia caratterizzata dall’amore reciproco.

Il brano è tra i più noti e il senso è chiaro, ma è importante coglierne un senso ulteriore alla luce della Passione che questo brano immediatamente precede. Gesù, giudice ultimo dell’agire umano, sarà di lì a poco giudicato da un tribunale di uomini e dunque egli è il giudice escatologico che passerà attraverso il giudizio. In questo senso l’identificazione con gli ultimi non è una parola vana, ma davvero Gesù sperimenterà la fame e la sete, e sarà nudo e prigioniero e non accolto. Ecco in tutta la sua forza esplosiva la paradossalità del messaggio cristiano: Gesù regna dalla croce, la croce è il suo trono.

In definitiva, il lungo percorso biblico ci conduce dinanzi all’uomo ed è dei suoi bisogni e delle sue sofferenze che ci viene chiesto di prenderci cura, è della sua mancata custodia che dovremo rendere conto. Sarà all’antica domanda “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9) che dovremo rispondere, perché la chiesa, comunità dei credenti raccolta attorno alla forza rigeneratrice della Parola di Dio, è costitutivamente una fraternità (adelphotes), che è sacramento della fraternità universale.

In ultimo, una notazione linguistica. L’invito rivolto dal re ai giusti “Deûte”, “Venite” lo ritroviamo in altri tre passaggi del vangelo di Matteo.

In Mt 4,19: all’inizio del ministero di Gesù con la chiamata dei primi discepoli: “Venite, vi farò pescatori di uomini”.

Nel cosiddetto inno di esultanza (Mt 11, 28): “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò”. L’invito rivolto “ai più piccoli” è un’esortazione a vivere nell’amore, che è libertà e responsabilità.

Infine, in Mt 22,4: “Venite alle nozze”, l’invito al banchetto di nozze del figlio del re.

Non può che riempire il cuore di felicità e slancio verso il prossimo, fugando ogni timore, sapere che saremo giudicati da chi ci ha chiamato alla sequela, ci che ha invitato alla festa, ci che ha offerto pace e sollievo dalle fatiche quotidiane, mostrandoci un’umanità nuova, vivendo la fraternità con tutti gli uomini e le donne che incontrava.

Bibliografia:

  • Commentario del Nuovo Testamento, E. Cuvillier
  • Le parole dure di Gesù, L. Monti
  • 1Pt 1,22-2,3 Meditazione biblico-teologica, C. Torcivia

Commento a cura di Monica

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)


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