Commento al Vangelo di domenica 2 Giugno 2019 – d. Giacomo Falco Brini

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CHI VIVE BENEDETTO, BENEDICE DIO

Nella liturgia di questa domenica Luca ci offre il duplice racconto dell’ascensione al cielo del Signore come conclusione del suo Vangelo e come avvio degli Atti degli Apostoli. E’ il “trait d’union” tra il tempo di Gesù e il tempo della sua chiesa. E’ “il passaggio del testimone” della sua missione. Non a caso la consegna che ne fa il Signore pone l’accento sulla testimonianza degli apostoli (At 1,8 e Lc 24,48). In Gesù che ascende al cielo abbiamo la certezza del nostro destino: conoscendo pienamente da dove Egli è venuto, perché vediamo dove va, conosciamo anche dove noi andremo. La nostra patria infatti è nei cieli (Fil 3,20) e la nostra vita è ormai nascosta in Cristo (Col 3,3). Per il credente la vita non è sospesa nel nulla, perché ha trovato in Dio il suo principio e il suo destino. C’è però una via da percorrere.

Così sta scritto, dice il Signore Gesù offrendo l’unica chiave interpretativa delle scritture, capace di aprire menti e cuori alla sua intelligenza (Lc 24,45-46). Questa è la via da ri-percorrere: il mistero della sua sofferenza, della sua morte e della sua resurrezione. Io sono la via, la verità, la vita (Gv 14,6). Ora la mia storia deve ripetere la sua. La storia di Gesù è la lezione di amore da imparare/sperimentare su sé stessi. Umanamente, come i due discepoli verso Emmaus prima di incontrare il Pellegrino, noi non siamo ben disposti a ripercorrere la sua strada. Non abbiamo la forza né di percorrerla, né di capirla. Perciò abbiamo bisogno di toccare la nostra impotenza per sperimentare la sua potenza. Difatti, prima di staccarsi solo corporalmente dai suoi, il Signore raccomanda vivamente di rimanere in attesa dello Spirito (At 1,8a), perché vengano rivestiti di potenza dall’alto ( Lc 24,49).

Dunque negli ultimi istanti che precedono la sua ascensione, Gesù si premura di riassumere, in pochissime parole e in un unico gesto, quello che è stato il compito della sua vita e che ora sarà il compito dei discepoli: annunciare la salvezza dell’umanità avvenuta nella sua passione-morte-resurrezione, insieme agli ineffabili doni della conversione e del perdono dei peccati (Lc 24,47b). Ogni uomo ha diritto di sapere che il suo destino è cambiato, perché Dio stesso l’ha cambiato facendo grazia a tutto il genere umano. Il tempo della chiesa è allora il tempo di questo annuncio che deve raggiungere ogni angolo della terra abitato da un uomo (At 1,8b e Lc 24,47a). Sarebbe sufficiente meditare l’ascensione per convincersi della natura missionaria della chiesa, cosa ancora troppo poco compresa dai suoi figli, malgrado gli sforzi educativi di papa Francesco; verrà il mistero di Pentecoste, domenica prossima, a spiegare e sigillare questa verità.

Infine, il gesto finale di Gesù: mentre si eleva verso il cielo, alza le mani e benedice i suoi discepoli (Lc 24,50-51). Sappiamo che è sempre difficile staccarsi dalle persone che si amano, eppure qui c’è un’aria di gioia che avvolge tutti (Lc 24,52-53). Come mai? Può la dipartita di qualcuno che amiamo essere una benedizione? E’ possibile staccarsene nella gioia? E’ possibile che in un momento del genere ci si senta addosso la benedizione di Dio e a propria volta si benedica Dio? Il cristianesimo ha sin dalla sua fondazione questa connotazione: sì, è possibile, così come è possibile, quale compimento di un cammino spirituale, veder convivere insieme, nel proprio cuore, sofferenza e gioia.

Quando uno zio a me molto caro sin dall’infanzia è giunto al termine dei suoi giorni, io ero al suo capezzale. Era in ospedale e stava per entrare in coma farmacologico. Mi sono trovato da solo con lui ma già non riusciva più a parlare, e quel giorno sembrava dormisse. Nel silenzio di quella stanza mi sono raccolto in preghiera. Subito la mia mente si è affollata di ricordi stupendi: ero il suo nipotino preferito! Avevo il capo reclinato in avanti tra le mie mani, quando improvvisamente avvertii che la sua mano si poggiava sulla mia testa. Alzai gli occhi: aveva il volto sereno con gli occhi chiusi, eppure da quella mano sentii chiaramente che passava la sua benedizione. Anche se dopo pochi giorni se ne andò, una gioia particolare rimase dentro di me e non se ne è più andata. Benedico Dio ancora oggi per mio zio Severino. La vita è diventare una benedizione a-Dio e di-Dio per gli altri.

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